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sabato, settembre 30, 2006 
Da Sassu a Fontana.
Manifesti d’autore per la Fiera del Tartufo
Alba, Palazzo Mostre e Congressi, Piazza Medford
7 ottobre – 19 novembre 2006
La Fondazione Ferrero, il Centro Studi di Letteratura, Storia, Arte e Cultura “Beppe Fenoglio” in collaborazione con l’Ente Fiera organizzano a Palazzo Mostre e Congressi (piazza Medford) la mostra «Da Sassu a Fontana. Manifesti d’autore per la Fiera del Tartufo».
L’esposizione riprende un’idea dei pittori Pinot Gallizio (1902-1964) e Piero Simondo che nel 1955 coinvolsero diversi artisti - Aligi Sassu, Lucio Fontana, Farfa, Luigi Caldanzano, Emanuele Luzzati, Antonio Siri, Bruno Sandri, Sergio Dangelo, Ego Bianchi, Agostino Mantegazza e altri – nella realizzazione di un manifesto dedicato alla Fiera e alle sensazioni che questa sapeva stimolare.
Ricostruendo la storia di queste opere, si scopre la grande importanza che ebbe Albisola Marina, piccolo centro a pochi chilometri da Savona, riferimento creativo per molti artisti italiani e stranieri, d’avanguardia e no, che qui sperimentarono la lavorazione della ceramica a fianco di sapienti artigiani, a loro volta sensibili alla novità dell’arte.
Ad Albisola capitò anche Pinot Gallizio, grazie al contatto stabilito nell’autunno del 1954 con i ceramisti Antonio Siri, Leandro Sciutto, Luigi Caldanzano. I tre erano stati invitati ad esporre ad Alba, nei locali del Circolo Sociale, proprio nel periodo della Fiera del tartufo.
La mostra di queste «ceramiche futuriste» venne organizzata anche grazie all’aiuto di Piero Simondo, che nell’agosto successivo, espose insieme con Gallizio al Ristorante Lalla di Albisola, immergendosi in un ambiente creativo e cosmopolita. Qui Gallizio incontrò il pittore danese Asger Jorn, decisiva fonte d’influenza nel suo percorso d’artista. Infatti, nel settembre successivo, ad Alba, verrà fondato il Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista.
L’idea di illustrare i manifesti della XXV Fiera del tartufo nacque proprio ad Albisola. Ogni partecipante lasciò sui cartelloni il proprio segno che variava a seconda della sensibilità e della poetica. Qualcuno dipinse un solo esemplare, altri più di uno, fino alla miniserie molto bella di Tinin Mantegazza. Anche Farfa, il «miliardario della fantasia», figura carismatica del Futurismo, regalò ad Alba il “suo tartufo”. I manifesti, nel 1955, vennero esposti nella sala del ristorante della Fiera, allestita nel cortile della Maddalena.
Il divertimento e l’atmosfera rilassata e festosa si percepiscono bene ancora oggi, scorrendo i manifesti – in cui si individuano temi abbastanza ricorrenti e inevitabili (il cane che ricerca il tartufo, la tavola imbandita), come pure scelte meno scontate e del tutto autonome (Giovanni Tinti, ad esempio, ritrae lo scorcio di una piazza di Alba, che oggi appare molto trasformata). Non si può fare a meno di notare, poi, la presenza significativa delle streghe: per sottolineare probabilmente una dimensione “magica” del tartufo, o per evocare, pescando nel folclore locale, le «màsche» langarole.
I due manifesti di Aligi Sassu furono acquistati da un collezionista albese. Di altri (come quelli di Asger Jorn – almeno un paio – riconoscibili in una vecchia fotografia) non è stato possibile, al momento, rintracciare la collocazione. Molti furono conservati dallo stesso Pinot Gallizio, e poi da suo figlio Pier Giorgio. Tre opere (quelle di Fontana, di Farfa, e il manifesto a quattro mani di Gallizio e Simondo) vennero esposte nel 1998, ad Alba, nell’ambito della mostra «Le Langhe e i loro pittori», organizzata dalla Fondazione Ferrero.
In seguito all’improvvisa scomparsa di Pier Giorgio Gallizio, nell’autunno 2003, la sua collezione d’arte contemporanea è finita all’asta; un blocco di altri 45 manifesti è stato così acquistato dalla Fondazione Ferrero e dal Centro Studi «Beppe Fenoglio» di Alba.
Tinin Mantegazza, uno degli artisti coinvolti nel 1955 da Gallizio, oggi ricorda; «Rivedere quei miei disegni dimenticati, frutto dello stile immaturo di un ventenne alla ricerca di identità artistica, mi ha riportato agli anni favolosi degli “incontri albisolesi”, eravamo una bizzarra colonia estiva: pittori e scultori d’ogni età e diversa maestria. Non c’erano differenze tra celebrità, dilettanti e giovani di più o meno valida promessa: eravamo tutti lì, tra il Bar Testa e le fornaci, a parlar d’arte e di società civile. Erano anni economicamente difficili per tutti, ma la passione non ci mancava, praticare l’Arte significava fare prima di tutto una scelta di vita. Pinot apparve un giorno lì, al Bar, cordiale, coinvolgente, a parlare d’arte e della sua Alba. [...] Alla sua richiesta di partecipare, disegnando manifesti, alla Venticinquesima fiera del tartufo rispondemmo in parecchi, tra noti e ignoti, perché anche Gallizio aveva capito il curioso clima dell’assieme artistico d’Albisola e aveva invitato senza discriminazioni. [...] Se ci fosse un posto nell’aldilà, riservato agli artisti, Pinot sarebbe certamente stato lì ad accoglierli e organizzare, discutere, predisporre fogli per manifesti per la Sagra del Nettare o del Cherubino».
Sulla scia dell’idea di Pinot Gallizio, agli allievi del locale Liceo Artistico (intitolato al pittore albese), è stata proposta la realizzazione di un manifesto che potrebbe diventare l’immagine guida per l’edizione 2007 della Fiera Nazionale del Tartufo Bianco d’Alba. A partire da sabato 4 novembre sarà visitabile la sezione dedicata ai manifesti degli studenti e sarà possibile incontrare alcuni artisti, autori delle opere del 1955.

CARMENGLORIA MORALES
"dipinti 1976-2006"
30 anni di pittura
Galleria Peccolo - Piazza della Repubblica - Livorno
dal 7 ottobre al 4 novembre 2006
Carmengloria Morales è nata a Santiago del Cile nel 1942, e vive in Italia dal 1953.
Lunghi anni di collaborazione uniscono la pittrice alla Galleria Peccolo di Livorno. La sua prima mostra personale con la Galleria risale al 1974 e già in quell'occasione furono esposti i suoi "dittici".
Nel "dittico" l'opera è costituita da due parti adiacenti tra loro e impegnate in un dialogo parallelo ed equivalente: la tela vuota e la tela dipinta componenti essenziali della visione artistica della Morales. "Nel dittico la tela grezza deve stare alla destra della tela dipinta e il quadro si deve leggere secondo l'ordine naturale: da sinistra a destra. La parte non dipinta sta in seconda posizione proprio perchè fa parte della pittura, non viene prima ma è dentro all'atto creativo".
Protagonista di primo piano della "Pittura analitica", corrente pittorica che si è sviluppata lungo l'intero arco degli anni '70, sostenuta e propugnata in quegli anni dalla Galleria Peccolo, ha poi vissuto a New York dove è stata tra i fondatori della "Radical Painting".
Numerose sono le mostre personali in Musei Pubblici e Gallerie private. Correda la mostra un catalogo delle Edizioni Peccolo contenente le riproduzioni delle opere esposte e una conversazione-intervista tra l'artista e Federico Sardella.

LE PRINTEMPS DE SEPTEMBRE
Toulouse
15 septembre - 15 octobre 2006
Pour sa troisième année d'existence à Toulouse, le Printemps de Septembre a choisi de nommer Jean-Marc Bustamante à la direction artistique du festival. Lui-même natif de Toulouse, il a commencé sa carrière d'artiste en travaillant sur la photographie. Sa démarche actuelle le conduit à explorer les rapports complexes existant entre photographie et art contemporain. C'est tout l'enjeu du thème In Extremis, choisi cette année pour densifier et diversifier les propositions artistiques de ce festival. Secondé par Pascal Pique, directeur pour l'art contemporain aux Abattoirs de Toulouse, le Printemps de Septembre se veut une réflexion sur la création contemporaine. Le point de départ étant la photographie, il s'agit de prolonger cette réflexion en diversifiant les mediums: video, sculpture, peinture, danse...
Une trentaine d'artistes internationaux est donc présentée dans différents lieux d'exposition à travers la ville. Cette année encore le festival, soucieux d'être accessible au plus grand nombre, maintient sa gratuité totale. La programmation inclut également des parcours noctures, des Soirées Nomades et un cycle de rencontres/conférences.
Artistes exposés: Franck Scurti, Giovanni Anselmo, Céleste Boursier-Mougenot, Anne Daems, Roni Horn, Martin Kippenberger, Josiah McElheny, Marijke van Warmerdam, Didier Vermeiren, Rémy Zaugg, Christoph Draeger, Robert Heinecken, Christian Marclay, Jane & Louise Wilson, Elmar Trenkwalder, Virginie Barré, Serge Comte, Børre Saethre, Uri Tzaig & Avi Shaham, Sven Pählsson, Stéphane Sautour, Clotilde Viannay, Michel Zumpf, Barry X Ball, Jan Fabre, Pascal Converts.

PARKETT vol. 77:
Trisha Donnelly, Carsten Höller, Rudolf Stingel
and more
Parkett’s unparalleled explorations and investigations of important international contemporary artists by acclaimed writers and critics continue in vol. 77, featuring Trisha Donnelly, Carsten Höller, and Rudolf Stingel.
At a recent opening, Trisha Donnelly led a small crowd of spectators around the corner to another gallery where she reportedly fired off a cannon to, in her own words, "start time again" - a surprise gesture, witnessed by only a few, designed to spread like folklore. But Donnelly also produces discrete works meant to be seen, not just gossiped about. Her videos, sound pieces, photographs, and pencil drawings possess a cunning precision, a blend of whimsy and restraint. And with preternatural gamesmanship, Donnelly demands much intellectual rigor form her viewers. Texts by Laura Hoptman, Bruce Hainley, and Beatrix Ruf explore Donnelly’s work form disparate perspectives.
By disabling our common sense, Carsten Höller aims to undermine our views of the world. Chantal Mouffe asks, "Can artistic practices still play a critical role in advanced industrial societies?" Of all artists working today, Höller seems intent on asking, if not affirmatively answering, this question, for prior to becoming an artist, he was a scientist (specializing in insect communication). Many of Höller’s works literally function as laboratory experiments: optical devices, flying machines, flashing lights, happiness pills - all jury rigged crack-pot inventions of one kind or another. Höller, according to Jennifer Allen in the pages of this issue, creates "body invaders that latch onto the user’s senses." Vol. 77 features texts on Höller written by Jessica Morgan, Jennifer Allen, and Chantal Mouffe.
In Rudolf Stingel’s latest photo-realistic self-portraits (painted in black and white and in oil), Cay Sophie Rabinowitz observes a man pondering, "Who am I...after all that I have produced and at this stage in my life?" In these somber tonal meditations, clearly a break from the artist’s past works, "the only activity," as Stingel humbly confesses," is self-doubt." On a different track, writer Francesco Bonami focuses on Stingel’s serial, silver, generic–seeming paintings, which he strategically considers in relation to an earlier corresponding "how-to" manual. Stingel, so Bonami beautifully asserts, understands "the true nature of the idea of a cottage painting: the ambush of aura over the artificiality of the picturesque." Francesco Bonami, Jörg Heiser, and Cay Sophie Rabinowitz have each contributed articles on Stingel’s diverse repertoire for vol. 77.
In addition: Christian Rattemeyer writes on Christopher Williams; Claudia Spinelli on Erik Steinbrecher; Christoph Bignens on Zurich’s famous night club from the 30s, Corso-Dancing; Sergio Risaliti writes on Grazia Toderi; Caoimhín Mac Giolla Léith on Gerard Byrne; plus US and Europe Cumulus texts by Ali Subotnick and Tirdad Zolghadr. The Insert for vol.77 was done by Beth Coleman and Howard Goldkrand; the spine, by Joo Jeong-A.
venerdì, settembre 29, 2006 
NON MI AVRETE.
DISEGNI DA MAUTHAUSEN E GUSEN
La testimonianza di Germano Facetti e Lodovico Belgiojoso
A cura di Marzia Ratti e Luigi Piarulli
Palazzina delle Arti - La Spezia
29 settembre - 30 novembre 2006
Venerdì 29 settembre 2006 alle ore 18 alla Palazzina delle Arti alla Spezia (Via del Prione, 236) verrà inaugurata la mostra “Non mi avrete. Disegni da Mauthausen e Gusen. La testimonianza di Germano Facetti e Lodovico Belgiojoso”. La presentazione per il pubblico e per la stampa è prevista alle ore 16,30.
La mostra resterà aperta sino al 30 novembre e quindi, nella primavera 2007, verrà esposta a Torino nella sede del Museo Diffuso.
Germano Facetti, noto alla cultura europea per essere stato art director innovatore della Penguin Books tra il 1960 ed il 1972 e, prima, collaboratore dello studio milanese BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peresutti, Rogers), ha trascorso l’ultima parte della sua vita nelle colline di Sarzana (La Spezia), dove è morto lo scorso 8 aprile.
La gioventù di Facetti è stata segnata dall’arresto per motivi politici nell’autunno del 1943 e dalla conseguente deportazione ai campi di Mauthausen – Gusen (febbraio 1944 – maggio 1945), dove, malgrado l’esperienza terribile, ha potuto coltivare una fraterna amicizia con il grande architetto milanese Lodovico Barbiano di Belgiojoso.
Lodovico Belgiojoso, nato a Milano il 1 dicembre 1909, è ricordato tra i grandi protagonisti della storia dell’architettura contemporanea italiana. Ha fondato lo studio B.B.P.R. – che ha sempre conservato nella sigla l’iniziale dell’architetto Banfi, morto a Gusen II poco prima della liberazione – ed è famoso per opere come la Torre Velasca o il Quartiere Gratosoglio di Milano, realizzati secondo i dettami dell’architettura realista. È morto a Milano il 9 aprile 2004.
Durante la prigionia a Mauthausen e Gusen Facetti e Belgiojoso hanno scritto e disegnato informazioni e immagini dei campi mettendo a rischio le proprie vite e utilizzando povere reliquie di carta e matite sottratte agli uffici. Tali ricordi sono stati conservati da Facetti che, all’indomani della liberazione, ha cominciato a raccogliere documenti, fotografie, dati dalle divise tedesche abbandonate sulle rive del Danubio, iniziando a costruire un poderoso archivio di storia politica, economica e sociale del Novecento, che è stato di recente acquisito dall’Istituto Piemontese della Storia della Resistenza e della Società Contemporanea.
Il taccuino con i disegni della prigionia nei campi di Mauthausen-Gusen, al quale era stato dedicato anche un interessante filmato di Anthony West (1997), “Yellow box. Breve storia dell’odio” è l’oggetto della mostra spezzina: verrà esposto in originale e mostrato attraverso pannelli singoli, progettati dallo stesso Facetti, che uniscono alle immagini toccanti commenti tratti dai ricordi dei protagonisti e da altre fonti storiche e letterarie del campo.
Germano Facetti voleva far conoscere questo documento, per lui comprensibilmente doloroso, per ribadire la verità dei fatti, per contrastare il revisionismo storico e ogni altra forma di mistificazione.

PIERGIORGIO BRANZI
a cura di Fabrizio Boggiano
Galleria Joyce&Co. Artecontemporanea
Vico del Fieno 13 rosso - Genova
5 ottobre – 10 novembre 2006
In occasione di START, giovedì 5 ottobre 2006, alla Galleria Joyce&Co. Artecontemporanea, si inaugura una mostra personale dedicata a Piergiorgio Branzi, protagonista della fotografia dal secondo dopoguerra ad oggi.
L’esposizione presenta una ricca selezione di opere, realizzate tra il 1953 e il 1995, che compongono un concreto excursus della ricerca di Branzi, nato a Signa (Firenze) nel 1928. L’artista inizia a fotografare negli anni ’50 ed espone le proprie opere, per la prima volta, nell’ambito della Mostra della fotografia italiana, alla Galleria della Vigna Nuova di Firenze (1953) entrando in contatto con i membri dello storico gruppo La Bussola.
Oltre ad aderire alla Bussola e al MISA, partecipa alla nascita del fotogiornalismo nel dopoguerra e collabora attivamente con Il Mondo di Pannunzio. Le sue immagini aprono un capitolo nuovo nel panorama della fotografia italiana, identificato come “realismo formalista”.
“Assodati sono, infatti, l’imprinting della cultura figurativa rinascimentale nel suo modo di guardare e ricomporre, al pari di un demiurgo, il reale. L’interesse per la fotografia come documento e testimonianza, che affonda le radici in Adams, Smith e Weston. La sua lettura acuta dell’opera di Cartier Bresson -conosciuto a Parigi negli anni ’50- da cui mutua la volontà di ascrivere in un’unica immagine intere narrazioni, attraverso la scelta, quasi catartica, di un solo fotogramma per sequenza. E, ancora, la partecipazione alla breve ma fulgida parabola dei bussolanti -figli dell’estetica crociana- e del MISA, ove matura un’insofferenza per quei dibattiti che si cristallizzano -e riducono- all’opposizione tra realismo e formalismo. Infine, l’interesse per Otto Steinert, Christer Christian e Paul Strand e la contiguità con la stagione neorealista. Esperienze e spunti di riflessione che Branzi interiorizza e coagula intorno alla propria natura” (L.Castellini, estratto dal testo in catalogo della mostra).
Nel 1960 Branzi è assunto come giornalista reporter, dapprima in Russia -come primo corrispondente di un organo televisivo occidentale- ove nascono le immagini di Diario Moscovita. E poi, ancora, a Parigi per il mai ’68 in Europa, Asia e Africa.
Nel 1995 partecipa, su invito di Italo Zannier, a Itinerari Pasoliniani, insieme a Barbieri, Basilico, Berengo Gardin, Fontana, Gioli, Scianna e altri. Dal 2000 Branzi è impegnato in una ricerca volta a leggere una Ville Lumiere inedita, spogliata di miti artistici, letterari e filosofici, captandone umori ed inquietudini.

RHIZOME TENTH ANNIVERSARY
Festival of Art and Technology
This year, Rhizome marks its tenth year of leadership in the new media arts community by celebrating the growth, diversity, and strength of the field. Rhizome was initiated in 1996 as an online platform for the global new media art community. Then, our focus was primarily upon Internet art and, ten years later, we retain this focus and have also grown to support new media art more broadly. Our anniversary festival provides a touchstone moment to celebrate new media art and look forward to further advancements in the field.
KEYLINES
A platform for open, collaborative conversation about contemporary issues relevant to the new media art community. Each of these conversational threads was initiated by a "seed post" author and can be contributed by anyone interested in pursuing the discussion
TIME SHARES
Time Shares will present a series of online exhibitions organized by Rhizome and co-presented by the New Museum of Contemporary Art. Each show will present a diverse and international range of contemporary artworks based on the Internet.
EVENTS CALENDAR
Events at cultural institutions around New York City and nationally. This series of performances, book releases, exhibitions, and other events will complement our online programs, offering an opportunity to connect with new media art offline.
Rhizome Ten Years Festival

Tribe, Mark / Jana, Reena
New Media Art
Art in the age of digital communication
Taschen/ Basic Art Series, 2006
Artists have always been early adopters of emerging media technologies, from Albrecht Dürer and his use of the printing press in the 16th century to Nam June Paik’s experiments with video in the 1960s. In 1994, the advent of the Internet as a popular medium catalyzed a global art movement that began to explore the cultural, social, and aesthetic possibilities of such new communication technologies as the Web, video surveillance cameras, wireless phones, hand-held computers, and GPS devices. This book addresses New Media art as a specific art historical movement, focusing not only on technologies and forms but also on thematic content and conceptual strategies. New Media art often involves appropriation, collaboration, and the free sharing of ideas and expressions, and frequently addresses the political ramifications of technology around issues of identity, commercialization, privacy, and the public domain. Many New Media artists are profoundly aware of their art historical antecedents, making reference to Dada, Pop Art, Conceptual art, Performance art, and Fluxus.
Artists featured: Cory Arcangel, Jonah Brucker-Cohen and Katherine Moriwaki, Young-Hae Chang Heavy Industries, Vuk Cosic, Mary Flanagan, Ken Goldberg, Paul Kaiser and Shelly Eshkar, Jennifer and Kevin McCoy, Mouchette, MTAA, Keith and Mendi Obadike, Radical Software Group, Raqs Media Collective, RTMark, and John F. Simon Jr.
Mark Tribe is an Assistant Professor of Modern Culture and Media at Brown University. He founded Rhizome.org, an online resource for the New Media art community. His art work has been exhibited at the ZKM Center for Art and Media and the Ars Electronica Festival, and he has curated exhibitions at the New Museum of Contemporary Art and MASS MoCA.
Reena Jana is a New York-based critic and editor. She has written on contemporary art and digital culture for a variety of publications, including Artforum, Art and Auction, Art in America, ARTnews, Bookforum, Flash Art, frieze, The New York Times, and Wired.

Yasmine Reza
Arte
traduzione di Alessandra Serra
Einaudi 2006
Collezione di teatro
In scena tre amici, Serge un dermatologo, appassionato di arte contemporanea, Marc un ingegnere aeronautico, dai gusti più tradizionalisti, e Yvan un rappresentante di articoli di cartoleria che tiene molto ai suoi due amici e non vuole perderli. Serge, un giorno, compra un quadro «bianco» per duecentomila franchi, ma Marc non approva. La diatriba che si scatena e che degenera facendo insorgere paranoie e incompatibilità tra i due amici costringe Yvan a fare da paciere, complicando ancor più le cose.
«Arte», scritta nel 1994, viene costantemente riproposta con grande consenso e successo sia da parte del pubblico sia della critica.
giovedì, settembre 28, 2006 
Barry Miles
Frank Zappa.
La vita e la musica di un uomo Absolutely Free
Kowalski editore, settembre 2006
Amico intimo di Frank Zappa, Barry Miles in questa biografia ripercorre le tappe della vita di una vera leggenda del rock. La musica, l’impegno e gli amori di un chitarrista-eroe, di un guru politico così carismatico che spesso il suo humour graffiante e il suo pensiero anticonformista hanno rischiato di oscurarne le sue strabilianti doti di musicista.
In questa biografia, arricchita da un bellissimo inserto fotografico tratto dall’archivio dello Zappa Family Trust e accompagnata da un imponente apparato di approfondimenti (con note, bibliografia, indice analitico e discografia completa), Miles esplora il mondo musicale e privato di Zappa con lo zelo del giornalista e la delicatezza dell’amico, tratteggiando sullo sfondo un ritratto della California negli anni dell’ascesa, dell’apoteosi e del declino del beat.

DENSO DESIGN.
Forme di osmosi tecnologica.
Museo di Villa Croce - Genova
28 settembre/ 22 Ottobre 2006
10 IN DESIGN:
DIECI ANNI DI PROGETTI E PRODOTTI DELLA SCUOLA GENOVESE
Evento sui progetti e prodotti degli allievi della scuola genovese.
BAG Loggia dei Banchi - Genova
28 settembre/ 22 Ottobre 2006
BE FACTORY: SARTORIA ITALIANA ON TOUR
BAG Loggia dei Banchi (Sala Lucernaio) - Genova
28 settembre/ 22 Ottobre 2006
Giovedì 28 Settembre si inaugurano contemporaneamente tre mostre organizzate dalla Facoltà di Architettura dell’Università di Genova per il Decennale della Scuola di Design Industriale: “DENSO DESIGN. Forme di osmosi tecnologica” al Museo di Villa Croce e “10 in design: dieci anni di progetti e prodotti della scuola genovese” e “Be Factory: sartoria italiana on tour.”alla Loggia di Banchi, terzo appuntamento di BAG (Borsa Arte Giovane).
La collaborazione tra il Museo e al Facoltà di Architettura consente un ulteriore allargamento della rete di sinergie tra le istituzioni che a diverso titolo si occupano dei linguaggi della contemporaneità e conferma l’attenzione di Villa Croce per la giovane creatività e per il design (già affrontato in due importanti mostre del 2004 “Normali meraviglie” a cura di Alessandro e Francesco Mendini e “Arredare la casa, abitare il museo. Selezione di opere dalle collezioni di arte e design del FRAC Nord-Pas de Calais”).
Lo stretto collegamento fra il Museo e la BAG, le cui attività sono seguite insieme dal Museo e dall’Accademia, si concretizza in maniera ancor più evidente in virtù di un’iniziativa come questa, che coinvolge entrambi gli spazi.
DENSO DESIGN. Forme di osmosi tecnologica.
Denso design, corrente di transizione che propone un’alternativa alla fine dell’epoca degli stili, una selezione ragionata sull’ibridazione dolce tra nuove tecnologie e poetica funzionale, resa credibile dalla possibilità di incrementare e personalizzare le informazioni. Era, quella del denso design, in cui il gesto varia costantemente nella sua interazione con il prodotto ed in cui l’oggetto di design ultra specialistico viene letto come forma di personalizzazione della fase progettuale.
Il concetto di denso come “possibilità di incrementare e personalizzare le informazioni” unito a “denso nel gesto di utilizzo e di interazione con un prodotto”, in cui la variabile tecnologica è quella che ha permesso e permette che tali concetti siano realizzabili e diffusi. L’evoluzione tecnologica che prima era utilizzata per semplificare e direzionare l’azione oggi ridiventa fonte di personalizzazione interagendo e non subendo gli stili.
L’evento è suddiviso in otto distinte installazioni: la mente, il corpo, il vestito, l’accessorio, l’oggetto ad uso personale, l’oggetto ad uso collettivo, l’ambiente, il cibo.
10 IN DESIGN: DIECI ANNI DI PROGETTI E PRODOTTI DELLA SCUOLA GENOVESE
L’evento è suddiviso in tre sezioni principali:
1. I risultati di circa 30 convenzioni di ricerca svolte in dieci anni in collaborazione con aziende esterne
2. I prodotti realizzati dagli ex studenti del Corso di Laurea in Disegno Industriale sia direttamente per aziende sia in collaborazione con studi professionali.
3. I progetti e prodotti risultati vincitori o segnalati in concorsi di design nazionali ed internazionali
All’interno di BAG si svolgerà, durante tutto il periodo della manifestazione, MEETING POINT, incontri sul tema della progettualità interdisciplinare.
BE FACTORY: SARTORIA ITALIANA ON TOUR
Il progetto e l’imprenditoria giovanile.
Simulazione del progetto in collaborazione con la CNA di Genova, coinvolgendo sarti e strutture commerciali locali ed utilizzo di attrezzature fornite da Cad Modelling Ergonomics s.r.l di Firenze.
Sartoria Italiana on Tour consiste in un nuovo sistema vendita che unisce la qualità artigiana delle ultime sartorie indipendenti situate nel territorio a sistemi assistiti di autodeterminazione del proprio modo di vestire, rivalutando il mercato come mezzo alternativo alla gestione e diffusione del prodotto su misura.
Ibridare il sistema, potenziandone la visibilità, ha consentito di percorrere una strada progettuale che utilizza le attuali tecnologie in una conformazione alternativa del servizio al cliente, in cui il lato psicologico del mezzo e del luogo in cui le azioni avvengono occupa una parte fondamentale che rende il servizio contemporaneo e trasgressivo nel modo di rivalutare un mestiere artigianale e di tradizione.

Dominique Perrault Architecture
Meta-Buildings
Architekturzentrum Wien - Old hall
Jul. 06, 2006 - Oct. 23, 2006
The exhibition of the work of French architect Dominique Perrault, developed especially for the Az W, shows four current projects at four different locations that are at the construction or planning phase: the two high-rise towers for Vienna in the Donau-City, the Mariinsky Theater in St. Petersburg, the Ewha Campus Center in Seoul and the Olympic Tennis Center in Madrid. Perrault's conceptual starting point that has developed as a consequence of his earlier work is explained on the basis of these exemplary projects.
Conceived in close relationship to their surroundings, his buildings represent additional functional and spatial proposals in the urban context or form new urban landscapes – "CityLandscapes". Often, in the areas between the characteristic building envelopes and the building elements, Dominique Perrault's buildings also offer concrete intermediate spaces as a continuation of public space. The continuous development of these building envelopes, generally using permeable skins made of textiles or metal mesh, reveals Perrault's fascination with technical progress and its application in architecture.
The projects are presented using videos (most of them shown for the first time), models, photographs, plans and drawings of the different planning phases. The four central models at a scale of 1:200 were produced especially for the Az W exhibition. In addition an intervention by Dominique Perrault will extend the exhibition into the Museumsquartier site, and the courtyard in front of the Az W exhibition hall will be used for a spatial installation.

De la racaille en milieu marchand
Ripreso nel blog Debord(el) un interessante intervento (datato 1999) di Jean-Claude Michéa sul tema della criminalità nelle banlieues:
La distinction entre une société – qui, quelle que soit la variété de ses formes, ne peut abolir le moment du don – et un système capitaliste – hypothèse métaphysique devenue la base d'un projet politique partiellement réalisable – permet de déplacer la position habituelle de nombreux problèmes dits « de société ». Soit à déterminer, par exemple, la signification politique réelle des comportements de la Caillera (Tel est, on le sait, le nom que se donnent, en France, les bandes violentes, surgies sur la ruine politiquement organisée des cultures populaires, et qui règnent par le trafic et la terreur sur les populations indigènes et immigrées immigrées des quartiers que l'État et le capitalisme légal ont désertés).
Doit-on y voir, conformément aux présentations médiatiques et sociologiques habituelles, un signe normal des difficultés liées au «problème de l'intégration» ?
Formulée en ces termes, la question est, de toute évidence, mal posée, c'est-à-dire posée de façon ambiguë.
Si l'on parle en, effet, de l'intégration à une société, c'est-à-dire de la capacité pour un sujet de s'inscrire aux différentes places que prescrit l'échange symbolique, il est clair que cette fraction modernisée du Lumpen n'est pas, «intégrée», quelles que soient, par ailleurs, les raisons concrètes (familiales et autres) qui expliquent ce défaut d'intégration.
S'il s'agit, en revanche, de l'intégration au système capitaliste, il est évident que la Caillera est infiniment mieux intégrée à celui-ci (elle a parfaitement assimilé les éloges que le Spectacle en propose quotidiennement) que ne le sont les populations, indigènes et immigrées, dont elle assure le contrôle et l'exploitation à l'intérieur de ces quartiers expérimentaux que l'État lui a laissés en gérance.
En assignant à toute activité humaine un objectif unique (la thune), un modèle unique (la transaction violente ou bizness) et un modèle anthropologique unique (être un vrai chacal), la Caillera se contente, en effet de recycler, à l'usage des périphéries du système, la pratique et l'imaginaire qui en définissent le Centre et le Sommet.
continua
mercoledì, settembre 27, 2006 
Yvonne Bezrucka
Oggetti e collezioni nella letteratura inglese dell’Ottocento
editore a.r.e.s., Trento 2004
Citiamo dalla recensione di Stefania Steele apparsa sul sito Iperstoria:
"Con spunti tratti da Marx, Freud, Veblen, Simmel e da esponenti della disciplina antropologica (Boas, Malinowski, Lévy-Strauss), Bezrucka traccia sapientemente il lungo e complesso processo di reificazione, mercificazione (commodification) e feticcizzazione degli oggetti con un filtro ermeneutico proiettato su più periodi storico-letterari: “L’oggetto, ma con l’oggetto anche gli spettacoli ed i divertimenti in genere e, soprattutto, come Veblen dirà nell’ultimo capitolo del suo libro The Theory of the Leisure Class (1899), l’educazione, lo higher learning, si fanno, nella società opulenta, ostentate icone di ricchezza e benessere, assumendo la valenza che nelle età selvagge era riservata al trofeo. L’oggetto e il consumo delle merci sono quindi il nuovo simbolo del successo, privato, dei membri delle società industriali. L’oggetto, infatti, esibisce ed ostenta la qualità (monetaria) della leisure class, una classe che misura, secondo Veblen, il proprio valore morale in termini di ‘quantità’ di oggetti di “spreco cospicuo” e quindi di denaro posseduto (e sprecato). Insomma, la qualità di una cultura che confonde l’essere nell’avere e in cui si permette all’oggetto di fare le veci dell’uomo.”
L’oggetto che fa “le veci dell’uomo” ci porta immancabilmente al ritratto di Dorian Gray e alle sue collezioni: “Gli oggetti di Dorian tradiscono il vuoto lasciato dalla sparizione dell’io. Egli lascia che siano questi a rappresentarlo in piena sintonia con una società vittoriana che è gia una società dello spettacolo.” Citando Guy-Ernest Debord (The Society of the Spectacle, 1967) nel suo capitolo su The Picture of Dorian Gray, Bezrucka completa la sua analisi di un processo che passa dall’essere all’avere ed infine all’apparire:
“La prima fase del predominio dell’economia sulla vita sociale portò nella definizione di tutta la realizzazione umana l’evidente degrado dell’essere in avere. L’attuale fase della totale occupazione della vita sociale da parte dei risultati accumulate dell’economia porta ad uno scivolamento generalizzato dell’avere in apparire”.
(...)
Fondamentale per comprendere bene tutti i risvolti sociologici, antropologici, filosofici e psicologici dell’evoluzione dello statuto degli oggetti e del collezionismo (nonché del degrado più volte menzionato verso una società dello spettacolo e delle apparenze) è la lunga disamina esperta dell’estetica di Ruskin e Pater, intitolata “Oggetti, arte, bellezza: ansia tassonomica e dittatura estetica”, con cui inizia la seconda parte del libro di Bezrucka.
Seguono calzanti esempi di “oggetti ontologici e regimi scopici” (Dickens, Bleak House) e di collezionismi (Dickens, Dombey and Son, Our Mutual Friend; Wilde, The Picture of Dorian Gray; Stoker, The Lair of the White Worm, chiamato anche The Garden of Evil; Conan Doyle, Lot No. 249, da Round the Red Lamp). In una progressione di degrado, si inizia con gli “oggetti desueti e polverosi esposti nella bottega di Krook” ed i tanti uccelli dai nomi più bizzarri di Miss Flite in Bleak House, per passare poi agli oggetti inquietanti del tassidermista Mr. Venus (fra cui anche ossa e crani umani), oltre alle raccolte di rifiuti del Dust Contractor Mr. Harmon, in Our Mutual Friend. Infine, vi sono le collezioni antropologhe e archeologiche, per alcuni versi spaventose e mostruose, di Caswall in The Lair of the White Worm e nella stanza di Bellingham in Lot No. 249, che Bezrucka definisce: “metonimia della terra di cui sono simboli, questi oggetti, veri e propri feticci di una spiritualità materializzata, diverranno l’oggettivazione della cattiva coscienza dei colonizzatori”.
Un secolo che nasce nella “paura, invidia, ed avidità ma con poca speranza” (J.H. Plumb) termina nella triste rassegnazione e nell’impotenza malgrado l’illusione romantica e la conquista di un impero pullulante di meraviglie esotiche. Con la consumata agilità ermeneutica che caratterizza tutto il suo studio, Bezrucka conclude, enfatizzando lo sguardo olistico, distaccato e controllato di Wordsworth di fronte alla folle fantasmagoria del “Parlamento di Mostri” della Londra dell’Ottocento; è lo sguardo di chi percepisce un senso di grandezza anche nelle cose minime e vede le parti come parti, ma con un feeling per il tutto".
Yvonne Bezrucka è nata in Austria, si è laureata in Lingue e Letterature Straniere in Italia e nel 1993 consegue il Ph.D al Royal Holloway and Bedford New College, University of London. E' professore associato presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Verona.
Suo campo d’interesse è l’interrelazione e l’interazione tra teoria estetica e letteratura, indagata sia nell’esame dell’approccio dei singoli autori alla rappresentazione letteraria (enframing, mimesis, effetti di realtà, strategie di legittimazione delle versioni di identità e bellezza), che dal punto di vista della storia delle idee.
Ha lavorato su Settecento, Modernismo, Postmodernismo e regionalismo letterario pubblicando saggi su: V. Woolf, T. Hardy, V.S. Naipaul, A. Wendt, J. Winterson, e Sia Figiel. Il campo di ricerca attuale verte sulla cultura materiale dell’Ottocento e su Charles Dickens in particolare.

Déserts, Enfants du Sahara et des montagnes de l'Atlas
Musée du Jouet
5, rue du Murgin, 39260, Moirans-en-Montagne, France
01/07/2006 > 30/06/2007
Tout ce que les enfants trouvent autour d’eux se retrouve, métamorphosé, sous des formes émouvantes et inattendues : bois, tissus, feuilles, bidons, graines, fruits, terre, fils de fer,…
Cette exposition fait suite à l’acquisition de 700 jouets de l’anthropologue Jean-Pierre Rossie en octobre 2005.
À travers des paysages et traditions insoupçonnés, c’est non seulement un monde plein de rêves et de poésie qui se révèle, mais aussi toute l’habileté, la curiosité et l’inventivité des enfants du Maghreb.
Les collections présentées sont mises en résonance avec 28 photographies exceptionnelles du photographe Xavier RICHER, extraites de l’ouvrage « Maroc : lumière berbère » publié par les éditions VILO en 2003.
Fenêtres ouvertes sur d’étonnants visages et paysages berbères, ces photographies en grand format sont présentées à travers l’ensemble du musée, tissant des liens invisibles et poétiques par-delà le temps et les frontières.
En contrepoint avec les collections et photographies présentées, de très nombreux proverbes et histoires courtes, souvent étonnants, jalonnent l’ensemble du musée, proposant ainsi une rencontre inattendue avec une tradition orale plusieurs fois millénaire. Enfin, cette exposition s’enrichit d’un nouveau mobilier muséographique réalisé par les élèves du Diplôme des Métiers d’Art du Lycée professionnel Pierre Vernotte de Moirans-en- Montagne dans le cadre d’un partenariat de deux années avec le Musée du Jouet.

David LaChapelle
RIZE
film con Tommy the Clown, Larry, Dragon, Miss Prissy, Lil Tommy
colore, 86 minuti
Produzione USA 2005.
Uscirà nelle sale italiane il prossimo 29 Settembre, il film musicale di David Lachapelle, Rize.
Frutto di due anni e mezzo di lavoro di David LaChapelle, popolarissimo fotografo e icona del mondo glamour americano (qui al suo esordio alla regia) Rize racconta, con il suo tipico stile carico di eros e di colore, la genesi del Krump, ultima avanguardia legata al mondo della danza e della cultura Hip Hop americana.
Il film è ambientato a South Central, il più pericoloso ghetto nero di Los Angeles, famoso alle cronache per i numerosi episodi di violenza.
Autentica esplosione del corpo e della mente, il Krump è una danza a metà tra Hip Hop e balli tribali che nasce dalla necessità di alcuni degli abitanti di South Central di offrirsi un’alternativa alla violenza che contraddistingue la vita della zona.
Le guerre tra bande si trasformano così in sfide di danza con corpi che si muovono a velocità vertiginose, per portare su un piano nuovo e creativo la sconfinata energia dei suoi ballerini.
Le star di questo film sono i ballerini stessi: Tommy the Clown, Lil C., Dragon, Tight Eyez, La Niña, Miss Prissy, ragazzi circondati da droga, povertà e delinquenza che si muovono sulle coinvolgenti musiche di Christina Aguilera, Amy Marie Beauchamp e Jose Cancela.
Nexta Media

BARBARA MEZZARO
"My mirage"
Andrea Ciani Arte Contemporanea
Piazza Scuole Pie 7/8 - Genova
dal 5 ottobre al 18 novembre 2006
L’artista, alla sua prima esposizione personale, presenta una serie di fotografie ed un video che raccontano il suo particolare rapporto con la realtà urbana contemporanea.
La percezione della realtà è spesso condizionata da un determinato stato emotivo in grado di alterare, in un modo più o meno marcato, impressioni e sensazioni. Nel lavoro di Barbara Mezzaro questo condizionamento psicologico diviene fondamentale quale stimolo per la ricostruzione di un mondo che possa corrispondere ad un ideale equilibrio di tonalità che, attenuate nei contrasti come nelle intensità, creino “miraggi”, oasi nelle quali ritrovare la propria quiete interiore.
Fotografa e convinta sostenitrice di un bianco e nero puro e senza compromessi, l'artista presenta fotografie ed un video che documentano questo stato d’animo, un atteggiamento psicologico scaturito da un’attenta oltre che difficoltosa e sofferta analisi delle proprie esperienze percettive e sensoriali nei confronti della realtà urbana quotidiana. Nel video Lethe, con riprese rigorosamente “in soggettiva”, la città diviene una sorta di Atlantide contemporanea, teatro di un itinerario al limite dell’ossessione paranoica, nella quale Barbara intraprende un viaggio subacqueo verso la conoscenza dei significati più intimi delle proprie esperienze, immersa in un fluido che offusca la vista e definisce gli elementi architettonici, ottenebra i sensi ed inibisce le forze, alla ricerca della via d’uscita che si rivela essere, in conclusione, come un ritorno alle ”origini delle proprie sensazioni”.
Le fotografie, che possono ricordare immagini di film di un certo cinema espressionista tedesco degli anni '20, sono lo strumento attraverso il quale l'artista cerca di attenuare la propria iper-sensibilità percettiva nei confronti della realtà esterna, in cui architetture, oggetti e raggi luminosi si compenetrano con violenta intensità provocando una totale perdita dei reali riferimenti ambientali. Le fabbriche fotografate appaiono come veri e propri miraggi, apparizioni che improvvisamente si pongono di fronte in tutta la loro maestosa inquietudine, emergono da un fondo nero che potrebbe rappresentare l'oscurità della parte più intima dell’artista, la profondità delle proprie più recondite paure.
Alessandro Trabucco
martedì, settembre 26, 2006 
Romuald Hazoumé
« La Bouche du Roi »
Musée du Quai Branly
12 septembre - 12 novembre 2006
Le musée du quai Branly est l’héritier engagé des anthropologues et des artistes européens, qui se sont rassemblés derrière le manifeste pour que « les chefs-d’oeuvre du monde entier naissent libres et égaux ». Poursuivant cette démarche de reconnaissance des cultures d’Asie, d’Afrique, d’Océanie et des Amériques, le musée ménage une place à part entière à l’art contemporain.
Pour sa première exposition temporaire d’art contemporain, le Foyer du théâtre Claude Lévi-Strauss accueille du 12 septembre au 13 novembre 2006 La Bouche du Roi, une installation de l’artiste béninois Romuald Hazoumé, plaidoyer contre la traite négrière mais aussi réflexion sur la mondialisation et l’Afrique contemporaine. Germain Viatte est le commissaire de l’exposition.
A bord de la galère
L’installation consiste en 304 bidons d’essence formant la coque d’une immense galère. Chacun des bidons est identifiable, « personnalisé », et représente un masque symbolisant un esclave déporté d’Afrique. Romuald Hazoumé s’est inspiré d’une célèbre gravure du XIXe siècle : un dessin d’un bateau négrier en plan de coupe montrant comment les esclaves sont « disposés » dans les soutes.
A la proue de ce navire symbolique figurent deux « masques » à part : ils représentent le roi du Bénin et « le Chacha », régent nommé au Bénin pendant la période coloniale et chef de Ouidah (un des plus grands ports négriers de l’Afrique de l’Ouest). Ce duo symbolise la complicité des Européens et de certains Africains dans le développement de la traite négrière.
Le chant des esclaves
Au sein de l’installation, l’objet rejoint la parole grâce à la restitution d’un fond sonore qui semble émaner des masques eux-mêmes. Dans le foyer du théâtre Claude Lévi-Strauss résonne une litanie de noms d’esclaves et une improvisation de chants alternés en cinq langues du centre et du sud du Bénin : Yoruba, Idaacha, Mahi, Mina et Holli, des « Lamentations » ou implorations afin que cesse la souffrance de ces hommes qui « ne savent pas où ils vont ».
L’installation donne alors vie à ces nombreux masques-bidons et transporte, par ces chants, au coeur d’un bateau négrier.
Du côté où sont entendus les noms d’esclaves, des odeurs subtiles sont diffusées : café, cumin, clou de girofle… Du côté des lamentations, sortent des odeurs d’urine, de matière fécale ou de poisson pourri, pour refléter les conditions endurées par les esclaves.
Un dispositif vidéo
Romuald Hazoumé a travaillé sur La Bouche du Roi en filmant régulièrement les trafiquants dans leurs gestes quotidiens. Ils vont au marché, achètent des bidons, y mettent de l’essence, cette essence utilisée par la population béninoise.
Le film de 7 minutes accompagne l’installation et joue sur la métaphore avec le bateau négrier en montrant comment les bidons sont transportés dans des barques pour traverser le fleuve, la promiscuité, l’entassement pendant le voyage. « Des bidons se percent, on est obligé de les rafistoler, on est obligé de les jeter, on fuit la douane. C’est toute une vie autour de l’objet bidon. Et cet objet bidon devient l’esclave d’aujourd’hui. » Romuald Hazoumé
Le projet
Au coeur des principes de La Bouche du Roi, il y a cette volonté de jouer avec la métaphore de l’esclavage. Les bidons de transport d’essence utilisés font partie du paysage béninois que Romuald Hazoumé a su observer, photographier, étudier. Il compare le traitement des bidons à celui des esclaves.
Ils deviennent objets de trafic, esclaves d’aujourd’hui. Romuald Hazoumé montre alors qu’une nouvelle forme d’esclavage est née dans le monde. Elle est liée avant tout à des enjeux économiques, et plus particulièrement à une denrée précieuse, source du travail des Béninois : le pétrole. Des centaines de litres accumulés dans des bidons, véritables bombes en puissance, sont ainsi transportés régulièrement par des hommes en mobylettes.
C’est autour d’eux, que Romuald Hazoumé appelle des « héros de la survie », que s’est construite La Bouche du Roi.
Le titre de l’installation, « La Bouche du Roi », vient du nom de l’estuaire du fleuve Mono que les Portugais ont appelé « a boca do rio » (l’embouchure du fleuve). Plus tard, les Français ont transformé cette appellation en « bouche du roi », « par ignorance » dit Romuald Hazoumé.
L’artiste
Romuald Hazoumé est né en 1962 à Porto Novo au Bénin. C’est là qu’il vit et travaille. Il s’inspire du culte des ancêtres : depuis 1993, Hazoumé s’est lancé dans une interprétation plastique du Fa, l’oracle qui préside à la divination.
« La Bouche du Roi, contrairement à son apparence, ne parlait pas de l’esclavage d’hier mais bien plus de l’esclavage d’aujourd’hui car c’est bien la bouche de nos « rois » qui nous tue. Autrefois, les esclaves embarqués à Ouidah ou Porto-Novo sur ce bateau savaient d’où ils venaient mais ignoraient où ils allaient. Aujourd’hui, ils ne savent toujours pas où ils vont, mais ils ont oublié, ne savent plus d’où ils viennent. Je dénonce une Afrique, un monde, gérés par des roitelets corrompus qui volent, pillent, détournent, s’approprient, s’enrichissent en surexploitant le peuple. Je n’ai pas peur de le dénoncer. Aujourd’hui encore nombreuses sont les familles obligées de vendre leurs enfants pour survivre. C’est inacceptable. » Romuald Hazoumé
Ses oeuvres ont déjà notamment été exposées à l’October Gallery à Londres (2005-2006), The Menil Collection à Houston (2005), The Art Gallery of New South Wales à Sydney (1999) et pour Africa Remix, au Centre Georges Pompidou à Paris (2005), au Mori Art Museum à Tokyo (2006)…

I LIKE AMERICA
Fictions of the Wild West
Schirn Kubsthalle - Frankfurt
28 September 2006 – 7 January 2007
Beginning around 1825, a wave of enthusiasm for the American Wild West arose in German-speaking Europe. Set into motion primarily by the translation of James Fenimore Cooper’s The Leatherstocking Tales it was further encouraged by both the performances of “Buffalo Bill’s Wild West” in Germany and Austria and, of course, Karl May’s books. The exhibition explores for the first time how the German fascination with the Wild West manifested itself in the visual arts there between 1825 and 1950. It also questions the degree to which these representations were informed by icons of American visual culture. “I Like America” will present more than 150 paintings, films, drawings, engravings, and documentary material, including works by American and German artists such as George Catlin, Karl Bodmer, Alfred Bierstadt, George Grosz, August Macke, Emil Nolde, and Carl Wimar in fathoming the vagaries of the fictitious American West.
The exhibition is sponsored by the Bank of America, N. A. and Mayer, Brown, Rowe & Maw LLP. Additional support comes from American Airlines and the United States Embassy.
Max Hollein, director of the Schirn: “A complex, many-faceted exhibition on America as a projection screen for German American longings and patters of reception, ‘I Like America’ not only comprises numerous paintings, drawings, and films but also documentary material conveying an idea of various presentations and works with which leading American and German artists and commercially oriented entrepreneurs mediated an image of the Wild West to a broad-based public in the 19th and 20th centuries.”
Dr. Pamela Kort, curator of the exhibition: Neither the American nor the German attitudes toward the Wild West had much connection to reality. They provide, however, an index of the way that society at large in both countries reacted to manufactured images of cowboys and Indians harnessed to very different ideologies. Although the subject has long interested scholars, I Like America: Fictions of the Wild West is the first exhibition to explore Germany’s persistent enthusiasm for the Wild West and its relationship to American art and politics between 1825 and 1974.
The title “I Like America” references the enthusiasm for the American Wild West in German-speaking Europe that emerged in the early nineteenth century. It was then that increasing numbers of Germans, hopeful that there they might establish settlements in the untouched countryside, began to emigrate to the United States between 1830 and 1840, more than 150,000 Germans immigrated to the United States; In 1848, the number grew to more than 100,000 in this year alone. Eager for information, many potential German-speaking emigrants read the first of James Fenimore Cooper’s “Leatherstocking Tales” novel, The Pioneers (1823), which had been translated in 1826. As the century marched on, numerous illustrated weekly newspapers, such as Die Gartenlaube, the Illustrirte Zeitung published in Leipzig, and Das Pfennig-Magazin, also helped to satisfy the growing thirst for images and travel narratives. The representations of the Wild West that these magazines contained were just as multifaceted as the reports themselves. Together, they presented a most lively picture of a land characterized by beauty, adventure, isolation, and bounty.
A readiness to embrace the Indian as a kind of blood-brother remains unique to Germany. In America, however, by 1850, the “Red Man” had come to connote a dangerous savage, who frontiermen, soldiers, and cowboys sought to bring under control. The opening of the West from the 1830s to the 1850s also enabled explorers and artists such as the George Catlin to travel the frontier between “civilization” and “wilderness” and document the life and rituals of the Indians, who were regarded as destined to extinction as though “by a law of their nature”. Inspired by Alexander von Humboldt’s evocation of the bond between natural science and artistic feeling, German expeditioners Prince Maximilian zu Wied-Neuwied and Herzog Paul Wilhelm von Württemberg invited artists Karl Bodmer, a native Swiss, and the German Balduin Möllhausen to join them on their journies into the American West.
Indians also traveled to Germany. Amongst the earliest and certainly the most celebrated of these was George Copway, an Ojibwa by the name of Kah-ge-ga-gah-bow. In 1850 he came to Frankfurt, having been invited to represent the Christian Indians of America in at the third World Peace Congress there. The liberal-revolutionary attitude characteristic of German Vormärz politics with its attendant zeal for democratic America caused Copway – the only Indian to attend this dignified gathering – to become its sensation. The result was not only widespread coverage in numerous periodicals but also Emanuel Leutze’s painting of his portrait. Not surprisingly, Leutze chose to call this image Der letzte Mohikaner. A celebrated German-born American painter active in Düsseldorf between 1845 and 1858, Leutze was joined there by other younger German-born American painters, Carl Wimar and Alfred Bierstadt amongst them. Painting mainly Indians and a few pioneers, Wimar became known as the Düsseldorf’s “Indian Painter”. The popular reception of the young artists’ work in Germany evidences the veracity of the phenomenon of “German Indian enthusiasm,” which he mined for all it was worth.
After the Civil War, Americans increasingly obtained their images of the West from the illustrated accounts of the “Indian Wars,” as well as from celebratory literature. George A. Custer, Geronimo, Sitting Bull, and especially Buffalo Bill were fit into templates established decades earlier, now marshaled to support the pursuit of solving the “Indian problem.” Masquerading as authentic representations of the American West, Buffalo Bill’s shows were dominated by well-behaved cowboys rounding up ‘wild’ Indians and lassoing dangerous animals. Not long thereafter, Theodore Roosevelt and Frederic Remington firmly roped these exciting circus images to a functional mythology that could be applied when it came to facing new challenges in Spanish America. Roosevelt’s immensely successful books, Ranch Life and Hunting Trail (1888; with illustrations by Remington) and The Winning of the West (1889–1896), coupled with his growing status as a war hero, helped land him in the White House in 1901 and keep him there until 1909.
Meanwhile, the first edition of Karl May’s “Winnetou” trilogy appeared in 1893 – books that were soon to make him the most widely read German author ever. More than 50 million volumes of May’s books had been sold by 1950. The readers of his novels found that they satisfied a wide range of needs from identification and self-affirmation through escapist tendencies extending to attitudes which criticized the evils of society and extolled the romance of nature. May’s literary achievements had plenty of well-known admirers, including Ernst Bloch, Hermann Hesse, and Peter Handke – as well as Adolf Hitler, who saw in May’s novels the stuff of Aryan heroes. May found inspiration for his tales in the “ethnographic social novels” by Balduin Möllhausen – also known as “The German Cooper” (Der Halbindianer, 1861; Die Mandanenweise, 1865), and in George Catlin’s and Karl Bodmer’s illustrations. While Buffalo Bill was glamorizing the cowboy for countless thousands, Carl Hagenbeck, a former animal trader, began to exhibit Indians throughout Germany exploiting both their exotic and scientific appeal. His most successful “Völkerschau” was a presentation of Sioux Indians in 1910. That summer more than a million spectators came to his zoo in Hamburg-Stellingen to see them. In 1903, film producers in America began begun to explore the entertainment potential of Westerns, soon exporting them to Germany. Amongst the most popular of these were more than 350 films made between 1907 and 1914 by the Californian film company Essanay, featuring the cowboy Broncho Billy. In 1909, Chicago’s Selig Polyscope Company discovered Tom Mix, who soon too began a very popular cowboy star.
Inspired by their viewing of these films and their reading of Cooper and May, beginning in 1911 August Macke and later Otto Dix, George Grosz, and Rudolf Schlichter, produced paintings that evince their continued nostalgic identification with Indians and cowboy desperados and their ways of life.
Following the end of World War I, Western films once again came into vogue in Germany. Short on product and confronted with a growing demand for this genre, such “Sauerkraut” film rarities as Bull Arizona, der Wüstenadler, produced in Heidelberg and starring German actors, appeared on the market for the first time. In the midst of the war, German artists like Otto Dix became increasingly interested in the autonomous world of the unbeatable cowboy. For Otto Dix and Rudolf Schlichter the Wild West offered a form of escapist perspective, enabling them to temporarily sidestep the actual carnage in contemporary Germany. Dominated by barroom brawls, Indian massacres, bandit cowboys, and rapacious gold diggers, their paintings bespeak an identification with a world known only to them through novels and movies. They mark the beginning of the end of the German love affair with the Indian alone.
The exhibition will conclude by leaping twenty four years forward and presenting a 40-minute film documentation of Beuys’s first public action in the States, I like America and America likes Me, which took place in René Block’s gallery in New York in 1974. The ironic title and Beuys' decision to conduct a kind of dialogue in a screened off area with a coyote – an animal held sacred by the Indian – indicates his concern with addressing fictions of the Wild West that continue to play themselves out in Germany and America today.

Alessandro Tinterri
Fausto Paravidino
Morlacchi editore, Perugia 2006
Fausto Paravidino, nato a Genova nel 1976, è una delle voci più interessanti della drammaturgia contemporanea. «Genova 01» e «Noccioline», i suoi lavori più noti, ispirati ai drammatici giorni del G8, sono stati tradotti e rappresentati in molti paesi europei. Attore di teatro, attivo anche in televisione e al cinema, ha debuttato come regista e interprete con «Texas», presentato nel 2005 alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il presente volume intende offrire un primo spunto alla conoscenza e alla riflessione critica intorno al suo lavoro, affiancando al saggio di apertura di Franco Vazzoler un’ampia scelta di materiali, critiche e interviste, nonché il suo testo di esordio: «Trinciapollo».
lunedì, settembre 25, 2006 
Alessandro Gottardo faces JETLAG 1
Ideazione, art direction e design di Franco Cervi
Disegni di Alessandro Gottardo
Testi di Ferruccio Giromini
Cinque città: New York, Milano, Londra, Istanbul, Mosca.
Ventiquattro personaggi allo specchio.
Quarantotto ritratti (autoritratti?) sospettosi e impietosi.
Un unico ambiente asettico sospeso nel tempo e nello spazio: come essere ovunque e in nessun luogo.
Tutto il mondo è un non-luogo? Oggi può capitare di pensarlo, ritrovandosi in spazi identici anche a migliaia di miglia di distanza. E negli spazi degli aeroporti, degli alberghi, dei ristoranti "continentali", degli uffici, delle toilette, dei megastore, si muovono persone spinte nelle stesse situazioni. Non-persone?
Una serie di ritratti nitidissimi, per altrettanti individui colti in giro per il mondo a colloquio con se stessi. Un groviglio di sensazioni e di flussi di coscienza nel marasma del vivere contemporaneo. Una smagliante grafica minimalista a racchiudere pezzi di vita e vite a pezzi. Un libro come non ce ne sono altri.
Non un libro di belle immagini solo fine a se stesse. Non un libro di parole vorticanti sempre attorno allo stesso ombelico. Non un libro dalla grafica ricercata acrobaticamente mirata a contenere il vuoto. Non un semplice libro, non un libro normale. Ma un incontro di parole immagini grafica per un perfetto non-libro.
Franco Cervi, graphic designer milanese, lo ha progettato nei particolari ed edito. Con coraggio.
Alessandro Lombardo, illustratore dal portfolio internazionale, lo ha disegnato. Con fermezza.
Ferruccio Giromini, poligrafo genovese nomade, lo ha scritto. Con divertimento.
L'incontro di queste tre personalità/professionalità ha dato origine a un'operazione artistica ed editoriale anomala e non classificabile. Ovvero un oggetto indefinibile che è un lucido concentrato di emozioni, estetica, design, critica sociale, letteratura, passione, distacco. Un prodotto all'avanguardia del nuovo millennio.
In attesa di JETLAG 2, secondo volume complementare dell'operazione, in uscita a marzo 2007 sempre in distribuzione internazionale.

27a. Bienal de São Paulo
“Como viver junto”
Curadora Geral: Lisette Lagnado Co-curadores: Adriano Pedrosa, Cristina Freire, José Roca, Rosa Martinez. Curador convidado: Jochen Volz
de 07 de outubro a 17 de dezembro de 2006
Depois de um ano de pesquisa, reuniões, visitas a ateliês, e a vários países, a curadora geral, Lisette Lagnado e sua equipe concluem a lista dos 119 artistas selecionados para a 27ª Bienal de São Paulo (ver lista completa abaixo). Dos artistas selecionados, 07 foram convidados para realizar um projeto gráfico no livro, 10 são artistas internacionais em residência no Brasil e há ainda a “Quinzena de Filmes” com mais nove film makers, que será realizada de 04 a 18 de outubro no Cine Bombril e, posteriormente, no Museu Lasar Segall.
Lisette Lagnado, curadora geral, foi eleita para a função por meio de um concurso de projetos. Este procedimento é inédito na história da Fundação Bienal (fundada em 1951) e a democratização atinge a estrutura interna da mostra, comandada pelo presidente Manoel Francisco Pires da Costa. A decisão reflete a independência e autonomia da Fundação Bienal na liderança de um projeto próprio.
A 27ª Bienal de São Paulo iniciou suas atividades em janeiro. Pela primeira vez, foram abolidas as representações nacionais. O título da mostra, “Como Viver Junto”, inspirado em seminários de Roland Barthes no Collège de France realizados em 1976-77 propõe uma reflexão acerca da construção de espaços partilhados. Coexistência e convivência, ritmos de produção e práticas cooperativas são questões que integram a tentativa de chegar a um sentido ético do Viver-Junto. A 27ª Bienal está conceitualmente situada na interseção de duas linhas de pensamento que Hélio Oiticica (1937-1980) desenvolveu: o sentido de "construção", que está na base da experimentação neoconcreta, e o "adeus à estética". Na mostra, essas duas linhas se traduzem em "Projetos Construtivos" e "Programas para a Vida".
O programa de residência conta com dez artistas para explorar a diversidade cultural e a complexa geografia econômica e política do Brasil, utilizando-se da articulação com agentes locais como meio de produção para trabalhos realizados especialmente para a 27ª Bienal de São Paulo. Os artistas residentes são: Alberto Baraya, Armando Andrade, Florian Punhösl, Francesco Jodice, Lara Almárcegui, Marjetica Potrc, Meschac Gaba, Minerva Cuevas, Susan Turcot e Shimabuku. Os locais de residência são: Rio Branco, (AC), Recife, (PE) e São Paulo (SP). Com parcerias da Fundação Armando Álvares Penteado (SP), que recebe todos os artistas no Edifício Lutetia, na Praça Patriarca; Fundação Joaquim Nabuco (PE) e Fundação Elias Mansour (AC).
Os seminários foram concebidos para analisar os conceitos que acompanham a produção artística contemporânea. Em janeiro "Marcel, 30", organizado pelo curador convidado Jochen Volz, contou com os conferencistas Dorothea Zwirner, Jürgen Harten, Lisette Lagnado, Ricardo Basbaum, Rirkrit Tiravanija, Stephanne Huchet e, que debateram, a partir do trabalho do artista Marcel Broothaers, a lógica de exibição de museus.
Em abril, o seminário "Arquitetura", organizado por Adriano Pedrosa, convidou Ana Maria Tavares, Beatriz Colomina, Eyal Weizman, Guilherme Wisnik, Jessica Morgan e Marjetica Potrc, para discutir as fricções entre arte e arquitetura. "Reconstrução", que ocorreu em junho e foi organizado por Cristina Freire, contou com a participação de Jean-Marc Poinsot, João Frayze-Pereira, Minerva Cuevas, Renato Janine Ribeiro, Tony Chakar e Viktor Misiano, propondo uma discussão acerca do perfil das cidades destruídas, deslocamentos, diásporas e migrações.
Em 4 e 5 de agosto, Lisette Lagnado organizará "Vida Coletiva", com a participação de Catherine David, Celso Favaretto, Jane Crawford, Jeanne-Marie Gagnebin, Peter Pal-Pelbart e Yuko Hasegawa. Nos dias 09 e 10 de outubro, o seminário "Trocas", organizado por Rosa Martínez, reunirá Carlos Jiménez, Maria Rita Kehl, Nicolas Bourriaud, Paulo Herkenhoff, Renata Salecl e Ernesto Neto. Em novembro, o seminário "Acre", organizado por José Roca deve trazer os conferencistas David Harvey, Francisco Foot Hardman, Jimmie Durham, Manuela Carneiro da Cunha, Thierry de Duve, para debater questões sobre território e fronteiras. A presença da Ministra de Estado do Meio Ambiente Marina Silva deve ser confirmada.
A 27ª Bienal de São Paulo também dá um passo rumo à democratização do conhecimento da arte contemporânea e experiência estética. Faz parte do Projeto Educativo desta edição a criação de cinco núcleos de discussão artística em pontos estratégicos da periferia da capital paulista. Trata-se de uma iniciativa inédita com a expectativa de ampliar a composição do público freqüentador da Bienal para além das classes mais privilegiadas. O Projeto educativo tem organização de Denise Grinspum.
Outros projetos também estão sendo desenvolvidos como quatro publicações, dos seminários e livro-catálogo, que tem o projeto gráfico a cargo de Rodrigo Cerviño Lopez. A expografia é de Marta Bogéa.
A 27ª Bienal de São Paulo contará com um total de 119 artistas onde todos apresentam novos projetos.

SENSI SOTTO SOPRA
a cura di Richard Castelli
Teatro Palladium - Roma
dal 29 settembre al 20 ottobre 2006
La Mostra Sensi Sotto Sopra (29 settembre - 20 ottobre) al Teatro Palladium Università Roma Tre fa parte della sezione Arte e Tecnologia del Romaeuropa Festival 2006.
Sono tredici le installazioni presentate in Sensi Sotto Sopra, la mostra che aprirà la XXI edizione del Romaeuropa Festival occupando tutti gli spazi del Teatro Palladium in un percorso, disegnato dal curatore francese Richard Castelli, dove arte e tecnologia si fondono. Gli itinerari di Sensi Sotto Sopra trasformeranno platea, foyer, galleria in spazi percettivi in cui lo spettatore sarà fruitore e contestualmente protagonista.
Provenienti da artisti raramente visti in Italia e ad alto contenuto tecnologico le installazioni di Romy Achituv (Israele), Gregory Barsamian (Usa), Du Zhenjun (Cina), Richard Fleischer (Usa), Holger Förterer (Germania), Ulf Langheinrich & Jeffrey Shaw (Germania / Austria / Australlia), Marie Maquarie (Francia), David Moises (Austria), Sébastien Noël @ Troika (Francia / Uk), Christian Partos (Svezia), Pierrick Sorin (Francia), Studio Azzurro (Italia), Time's Up (Austria).
In prima mondiale Hemisphere, cupola di dieci metri di diametro sospesa sulla platea - realizzata da Jeffrey Shaw - che diventa spazio aperto per un'esperienza immersiva con gli impulsi visivi e uditivi dell'artista multimediale Ulf Langheinrich, fondatore insieme a Kurt Hentschläger del celebre due elettronico Granular Synthesis.

Carlos Garaicoa
Castello di Ama
Gaiole in Chianti
dal 24 settembre 2006
Sette artisti per sette installazioni. E' questo l'obiettivo raggiunto dal Castello di Ama per l’Arte Contemporanea grazie al contributo del cubano Carlos Garaicoa.
Il progetto iniziato nel 2000 prevede che ogni anno un Artista esprima la propria sensibilita' in relazione con l’ambiente che lo circonda creando apposite opere “in situ". Il Genius Loci di Ama, fecondando la creativita' dell’artista, partorira' un’opera che rimarra' patrimonio permanente dell’Azienda.
Prima di Garaicoa si sono cimentati Artisti di livello assoluto quali Pistoletto (2000), Buren (2001), Paolini (2002), Geers (2003), Kapoor (2004) e Chen Zhen (2000-2005) che hanno lasciato tracce del loro genio nei luoghi piu' disparati, dalla cantina al giardino passando per ripostigli e per piccole cappelle private. Quest’anno il giovane ma gia' affermato cubano Carlos Garaicoa ha deciso di porre il proprio segno all’aperto, nei pressi di una delle due ville settecentesche di proprieta' aziendale, appropriandosi cosi' del magnifico fondale fatto di vigne, boschi ed olivi intersecati gli uni negli altri. Il titolo dell’opera “Ellos no quieren verme ma's" e' un racconto di negazioni, di privazione della liberta'.
“Loro non vogliono vedermi piu'" e' un labirinto di piccoli muri scavalcabili prodotti con materiali diversi (dalla pietra, al cemento o al ferro) che riproducono fedelmente nove dei muri che hanno tenuto, o che tengono tuttora, separata l’umanita'. Si passeggia percio' tra il muro di Berlino e la Grande Muraglia Cinese, ci si imbatte in Ramallah o nello squallido muro posto tra le due Coree con la possibilita' di oltrepassarli a dimostrazione che le persone cosi' come le idee non possono venir confinate in eterno.
E' un’opera di sorprendente attualita' che prende spunto da un altro video-lavoro che lo stesso Garaicoa presentera' a Berlino all'interno di un progetto speciale ad Artforum Berlin dal 30 settembre al 4 ottobre.
“Resto sempre affascinato dai processi logici che stimolano la creativita'" dice Marco Pallanti che insieme alla moglie Lorenza Sebasti sono i propulsori di questa iniziativa, "Resto affascinato dal fatto che di fronte allo stesso paesaggio la sensibilita' di un Artista possa estrinsecarsi secondo logiche completamente differenti. Dove Daniel Buren aveva visto la bellezza degli affreschi rinascimentali ed aveva finito col mettere in cornice proprio questa armonia, Carlos Garaicoa, provenendo da una esperienza completamente differente, ha interiorizzato tanta bellezza ed ha finito per farci riflettere sul suo opposto cioe' la negazione dello spazio e delle liberta'."
“Castello di Ama per l’Arte Contemporanea" continua ad arricchirsi di un progetto all’anno con un ciclo che ricorda quello della vite e del vino, e con un obbiettivo comune: creare qualcosa di unico ed irripetibile che nasce qui e non altrove. Far lavorare fianco a fianco, l’Artista e l’Enologo, in perfetta sinergia al fine di lasciare una traccia della nostra contemporaneita' e rendere piu' piacevole il futuro.
domenica, settembre 24, 2006 
Giacomo Costa
Atti metropolitani
Guidi&Schoen
Vico Casana 31 R. - Genova
dal 5 ottobre al 5 novembre 2006
Guidi&Schoen Arte Contemporanea inaugura Giovedì 5 ottobre 2006 alle ore 18’00 nei locali di Vico Casana 31r, a Genova, una mostra personale dedicata ai nuovi lavori dell’artista fiorentino Giacomo Costa. A distanza di tre anni dalla sua ultima esposizione genovese, Costa presenta 10 lavori, light box e stampe lambda di grande formato, che testimoniano l’incessante ricerca dell’artista intorno ai temi della città e dell’architettura. Vedute ed Atti, questi i titoli delle nuove immagini qui presentate che, come consuetudine per Costa, pur mantenendo come soggetto la metropoli, ne rinnovano l’immagine e la rappresentazione, reinventandola e trasformandola in senso estetico e concettuale.
Ogni immagine contribuisce così a portare ognuno di noi ad interrogarci intorno alla nostra identità ed alle scelte che ci si prospettano in quanto appartenenti alla contemporanea società urbana. Per stimolarci ed interrogarci l’artista sceglie però non la strada della concettualità fredda e didascalica, ma, al contrario, utilizza l’immagine per portarci a sentire emozionalmente, le sue inquietudini ed i suoi interrogativi.
Giacomo Costa è nato a Firenze nel 1970. Tra le sue esposizioni recenti ricordiamo la personale al Quarter Centro produzione Arte di Firenze e la partecipazione alla X Biennale di Architettura di Venezia. Una sua opera è attualmente esposta all’interno dell’esposizione Les Peintres de la vie moderne presso il Centre Pompidou di Parigi della cui collezione permanente è entrata a far parte,
Il giorno dell’inaugurazione la mostra rimarrà aperta fino alle 24’00 nell’ambito della seconda edizione di Start Genova.

Paul van der Grijp
Passion and Profit
Towards an Anthropology of Collecting
LIT Verlag, 2006
Collecting is a matter of authenticity, of creating new identities, both of the objects collected and, by extension, of the collector. Passion and Profit provides a range of ethnographic examples, both historical and contemporary, and also includes a selective analysis and personal evaluation of the increasingly rich and varied literature on collecting. The collectibles discussed in Passion and Profit are not only elitist cultural objects such as works of art (ancient, modern or tribal), antiques and books, but also non-elitist objects such as stamps, postcards, plants, and other mass- produced items. The central research question is: What is the cultural phenomenon of collecting all about? Or, more specifically: What moves collectors? In addressing this question, this book aims to be a substantial contribution to the collecting literature from an anthropological point of view.
Paul van der Grijp is Professor of Anthropology at the University of Science and Technology in Lille, France, and participates in the (CLERSÉ) research program on Culture, Patrimony and Memory. He also is a member of the Research and Documentation Center on Oceania (Maison Asie Pacifique) in Marseilles. His previous books include Islanders of the South (1993) and Identity and Development (2004) published in the Netherlands.

Lawrence Ferlinghetti
Il lume non spento
CAMEC La Spezia
16 settembre - 15 ottobre 2006
Mostra – omaggio a Lawrence Ferlinghetti, in occasione del conferimento del cinquantatreesimo Premio "LericiPea". Organizzata da Pia Spagiari Benifei, presidente del Premio "LericiPea" anno 2006 che insieme a Massimo Bacigalupo, curatore del volume di poesie che dà il titolo alla mostra, ha selezionato opere e testi, realizzata dall’Associazione LericiPea in collaborazione con l’Archivio "F. Conz" di Verona, l’esposizione vede la supervisione scientifica di Bruno Corà, direttore artistico del CAMeC, che ha curato l’allestimento del cospicuo corpus di opere pittoriche, grafiche e fotografiche. La mostra ospita, accanto alle opere, una selezione di testi poetici che studiatamente accompagnano i testi iconici in un calibrato contrappunto visivo. Nella produzione del poeta-pittore, coraggiosa guida della Beat Generation, esponente di spicco di Fluxus e della Poesia Concreta, "all’autobiografia si mescola l’eterna realtà dell’umano e del sociale: alla bandiera americana ricoperta d’insetti, svilito segno di una limitata democrazia e alla"Nike di Samotracia", emblema della liberazione e dell’eternità dell’arte, si affianca la barca d’amore a cui si sovrappone quella degli esuli dispersi" (Pia Spagiari). "Poeta, romanziere, drammaturgo, libraio, editore (fondatore della City Lights Book Shop, punto di riferimento della comunità che diede vita alla San Francisco Poetry Renaissance) e non ultimo pittore di successo, Ferlinghetti ha tratteggiato, nel suo personalissimo e inimitabile modo, un vero ritratto del Novecento, delle sue passioni e contraddizioni, con anticonformismo, rabbia, tenerezza e libertà." (Silvia Baglioni).
sabato, settembre 23, 2006 
Jean-Paul Thenot
Jean-Pierre Giovanelli. Una poetica dell'Essere
Prefazione di Paul Virilio
Postfazione di John Rajchman
Il Nuovo Melangolo, ottobre 2006
Collana Opuscula
"Tra le maggiori dell'epoca contemporanea", come l'ha definita Paul Virilio, l'opera di Giovannelli ha destato in Francia grande attenzione tra critici e filosofi per la capacità di coniugare le differenti istanze che si muovono nel panorama dell'arte contemporanea (Land Art, Virtual Art, installazioni, ecc.) e elementi di riflessione filosofica e psicoanalitica (da Baudrillard a Lacan). È a questa singolare iunctura di arte e filosofia che Thenot dedica il suo saggio focalizzando la sua attenzione sul tema dell'Essere quale nota fondamentale della partitura artistica di Giovannelli: un Essere inteso non come concetto astratto e generalissimo ma come materialità, e più precisamente come gli elementi naturali che formano il cosmo: acqua, aria, fuoco, terra.

Indegna gazzarra a Sanremo a proposito della mostra di Otto Hoffmann, in programma per inizio dicembre al rinnovato Palafiori. Un cocktail micidiale e disonorevole per la città in cui si mescolano la disinformazione in tema di organizzazione di mostre internazionali, la goliardia fuori tema e luogo di amministratori pubblici ed esponenti politici, le notizie che benevolmente si potrebbero definire inesatte sui costi (in cui, ad esempio, sono state incluse le spese relative alla struttura modulare che verrà utilizzata anche per le manifestazioni espositive a seguire), le comparazioni fuorvianti (tra l’impegno finanziario per la nuova mostra e il contributo dato ad altra iniziativa, meno ampia e sostenuta quasi per intero dal Goethe Institut, dal Comune di Santa Margherita), e – infine – l’utilizzo strumentale dell’argomento nella battaglia politica locale.
Non dice nulla ai superficiali denigratori il fatto che l'impianto della mostra, pensato per Sanremo, venga accolto da un museo di grande livello come quello di Jena, per celebrare il centenario della nascita dell’artista tedesco, attivo nei suoi ultimi vent’anni in Riviera?

11th ART FORUM BERLIN
The International Fair for Contemporary Art
Messe Berlin, Halls 18-20
Masurenallee, Berlin-Charlottenburg
30 sept. - 4 Oct. 2006
ART FORUM BERLIN, the international trade fair for contemporary art, will take place at the Berlin Exhibition Grounds from 30 September to 4 October 2006. Organized by Messe Berlin GmbH in cooperation with an international art gallery advisory board, ART FORUM BERLIN is one of the most innovative, world-class art shows.
With 120 galleries from 25 countries, ART FORUM BERLIN showcases the works of established artists and newcomers. The spacious, historically protected exhibition halls 18-20 offer ideal conditions for exclusive art presentations from galleries selected by an international jury. With its compact, clearly targeted approach, ART FORUM BERLIN provides a unique venue offering information and dialogue for contemporary art dealers and agents.
Each year, ART FORUM BERLIN attracts exhibitors and visitors from around the world to Germany's capital city. The event features all forms of 21st century art ranging from video and photography, to paintings, sculptures, installations, graphics, and multimedia. Anyone interested in the modern art scene will find what they're looking for at this exclusive exhibition. Nearly 37,000 art enthusiasts, 1,500 journalists and renowned collectors, museum directors and curators from Germany and other countries visited ART FORUM BERLIN in 2005.
Supplementary to the galleries’ presentation ART FORUM BERLIN put in 2004 for the first time a special exhibition project on view. Entitled "Made in Berlin" and curated by Zdenek Felix the exhibition 2004 featured works by currently Berlin-based artists from all over the world. In the following year Susanne Titz curated „Temporary Import“ focussing on exceptional international artists who have been guests in Berlin as artists-in-residence. This year the special exhibition is organized by curator Friederike Nymphius. Entitled „BIG CITY LAB“ the exhibition focuses on the big city as a laboratory and deals with the metropolitan myth as both positive and negative visions of modernity. The city is a place of freedom and progress, where new forms and structures emerge. It is also a place where traditional values are broken down or transformed — only to make room for something new.
Along with high-quality content, ART FORUM BERLIN offers exhibitors and visitors excellent conditions for an art show. Berlin's exhibition center features specially designed rest areas, cafés and restaurants as well as an exhibition library with reading rooms and a forum for discussions, performances, and receptions. The spacious halls provide an ideal setting for experimental display stands.
Each day, the ART FORUM BERLIN Talks offer visitors an opportunity to take part in discussions with distinguished guest speakers who address the current issues relating to contemporary art production and cultural policies.
In conjunction with ART FORUM BERLIN, the city stages a world-class cultural program with special events taking place in museums, galleries, and clubs.
art-forum-berlin
venerdì, settembre 22, 2006 
Alessandro Dal Lago - Serena Giorano
MERCANTI D'AURA
Logiche dell'arte contemporanea
Editrice Il Mulino
Anno 2006
Collana "Intersezioni"
Perché i quadri dipinti da uno scimpanzé sono stati quotati più di tante opere di artisti famosi? Perché un orinatoio è divenuto l'emblema dell'arte del Novecento? Perché tanti artisti d'oggi operano con i paradossi della logica, più che con i pennelli? Perché la riproduzione di una zuppa Campbell ha un enorme valore nel mercato artistico, se è opera di Andy Warhol, ma è considerata un sintomo di disordine mentale, se l'autore è internato in un manicomio svizzero? Perché i grandi falsari hanno spesso un'idea tradizionalista della pittura? Perché qualcuno che si taglia con una lametta in una galleria d'arte è considerato un artista contemporaneo, ma non lo è un cuoco o uno stilista? Partendo da questi interrogativi il volume offre una lettura disincantata ma appassionata delle logiche sociali, economiche e culturali dell'arte contemporanea. Nella prospettiva degli autori, l'arte è l'insieme di mondi in cui, per riprendere Walter Benjamin, si produce, si vende e si compra l'"aura", cioè la definizione di qualcosa come "arte". "Aura" non è soltanto l'invenzione di critici ingegnosi, di mercanti abili e investitori oculati: è il significato profondo, per quanto riposto e a volte stravagante, della società capitalistica o di mercato, anche se in nuove forme postmoderne o immateriali. Così, sotto le apparenze di un mondo che fa alzare il ciglio ai moralisti di sempre, l'arte ci mostra come gli esseri umani lavorano, danno valore ai loro simboli, sono attratti o respinti, trionfano o perdono in quel grande gioco che chiamiamo società.
Alessandro Dal Lago insegna Sociologia dei processi culturali nell'Università di Genova. E' autore di diversi volumi di teoria sociale e della cultura. Per il Mulino ha pubblicato, tra l'altro, "Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio" (II ed. 2001). E' editorialista del "Manifesto".
Serena Giordano è illustratrice, scenografa e autrice di fumetti. Espone in diverse gallerie. Collabora con l'Accademia delle arti e dei mestieri dello spettacolo (Teatro alla Scala di Milano). Insegna Immagine e comunicazione nell'Università di Genova.
Il libro espone tesi alquanto schematiche. Citiamo da pag. 142:
"Insomma, se qualcosa (un'immagine, ma anche una traccia d'immagine), viene visto come opera d'arte, esso è comunque dotato di aura artistica.
Con ciò l'arte perde qualsiasi alone di mistero. Se si organizza la visione di qualcosa come arte, ecco che si produce l'aura".
Altrettanto apoditticamente potremmo dire che l'aura non promana dall'unicità dell'opera o dal suo valore di scambio, e nemmeno dal recepimento da parte della critica ma dall'eccellenza e dall'innovatività dell'articolazione di forma e di senso che propone. E l'importanza di Warhol, qui assunto come oracolo, sta proprio nel fatto che il suo lavoro è ben più complesso della banale assimilazione dell'arte al business riportata nei suoi scritti.

Protections
This is Not an Exhibition
Curators: Adam Budak, Christine Peters
Gutshaus Kranz
Lendkai 1, A–8020 Graz
September 23 – October 22, 2006
Protections is confronting head-on the fact that our modern societies are undergoing a far-reaching of redefinition values process – under the pressure of individualism, neo-liberalism, information transfer and global markets. It is posing elemental questions on contemporary art and concepts of perception – going beyond the promise of a successful modern life.
Protections forces attention on social relations; their ephemeral and chance nature and the urge we have for stability and social order, it brings into focus this obsessive hanging-on to a threatened and damaged security and our longing for care and comfort. This is in fact not an exhibition at all. Conceived as a situational, living project Protections strikes theatrical sparks, it focuses attention on the exhibition as a flowing, interactive format in a process of coming into being that simply does not exist without the presence of those who visit it.
Protections is a polyphonic edifice, an arrangement of changing, self-questioning multiplicity: from architectural interventions, performances, theatrical forms and performative installations through to film, conceptual and discursive studies. The complex and provocative architecture of the Gutshaus Kranz as well as the social and cultural milieu of the city constitute the matrix for all artistic approaches gathered within this project.
The exhibition is an experience that is renewed on a daily basis.
Participating artists:
Cezary Bodzianowski, The Centre Of Attention, Katrina Daschner, Elmgreen & Dragset, Tim Etchells, Vlatka Horvat, Christian Jankowski, Marysia Lewandowska & Neil Cummings, Katarina Löfström, Daria Martin, Kris Martin, Frédéric Moser & Philippe Schwinger, Warren Neidich, Roman Ondak, Elisabeth Penker, Philippe Rahm, Markus Schinwald, Dejan Spasovic, Apolonija Šušteršic, Mark Wallinger, Markus Weisbeck, Herwig Weiser
A comprehensive reader in English and German accompanies the exhibition. With contributions from Marius Babias, Zygmunt Bauman, Beatrice von Bismarck, Adam Budak, Jordan Crandall, Claire Doherty, Jean Fisher, Elisabeth Grosz, Nikolaus Hirsch, Veronica Kaup-Hasler, Peter Pakesch, Christine Peters, Irit Rogoff, Stefan Römer, Renata Salecl and Michael Terman.
nacktes Leben, 2006, Katrina Daschner/Gini Müller
giovedì, settembre 21, 2006 
Takako Saito - "Takako Mercato"
Unimedia Modern
Piazza Invrea 5 B - 16121 Genova
Dal 5 ottobre al 30 novembre 2006
Giovedì 5 ottobre 2006, dalle ore 18.30 alle ore 24, nello spazio di UnimediaModern si inaugura la mostra di TAKAKO SAITO dal titolo "TAKAKO MERCATO".
Takako Saito è uno dei membri storici del movimento Fluxus, di cui ha sempre interpretato l'aspetto del gioco e dei piccoli accadimenti, solitamente ritenuti senza importanza, che così gran ruolo hanno in tutte le vite. Ecco quanto Takako dice sul suo lavoro:
"I miei lavori sono quasi tutti giocosi. Sono oggetti, disegni, libri con i quali si può giocare, partecipare e talvolta anche modificare l'opera. Ciò che mi interessa particolarmente è coinvolgere altre persone a interagire, completando così il mio lavoro. Mi interessa anche molto l'idea dello scambio, come nel gioco dei bambini: 'Io ti do questo foglietto, tu che cosa mi dai?' Si possono fare piccole opere insieme, si può disegnare sui vestiti, che senza la partecipazione del pubblico non sono completi."
In questa mostra Takako allestisce una bottega giocattolo, con tanti piccoli oggetti da lei costruiti con una manualità e una pazienza da monaco Zen, nella quale i visitatori sono invitati a "comprare", come nel classico gioco del mercato che tutti abbiamo fatto da bambini. Aspetterà il pubblico nella piazzetta davanti alla galleria ("Šanche se piove un po'Š) e lo accompagnerà all'interno, con una piccola performance in cui sarà assistita da Fabrizio Boggiano.
Sabato 14 ottobre, alle ore 16.30 Takako realizzerà una performance dal titolo "Game Fashion Show", con il coinvolgimento di un gran numero di persone nel giardino del Museo d'Arte Contemporanea di Villa Croce, Si tratta di una "sfilata di moda", con vestiti da lei realizzati che favoriranno gioco, scambio, interazione. La performance, promossa dal Museo, si avvale della collaborazione dell'Istituto di Storia dell'Arte Contemporanea dell'Università di Genova e dal supporto dell'Associazione Amici del Museo di Villa Croce.
La manifestazione fa parte della rassegna START che anche quest'anno vede come apertura della stagione l'inaugurazione collettiva di tutte le gallerie genovesi.

ZERO : avant-garde internationale des années 1950-1960
Musée d'Art Moderne de Saint-Etienne
du 15 septembre 2006 au 15 janvier 2007
Zero est silence. Zero est commencement. Zero est rond. Zero tourne. Zero est la lune. Le soleil est Zero. Zero est blanc. Le désert Zero. Le ciel au-dessus de Zero. La nuit . Zero coule. L'oeil Zero. Nombril. Bouche. Bise. Le lait est rond. La fleur Zero l'oiseau. Silencieux. Planant. Je mange Zero, je bois Zero, je veille Zero, j'aime Zero. Zero est beau. Dynamo dynamo dynamo. Les arbres au printemps, la neige, feu, eau, mer. Rouge orange jaune vert indigo bleu violet Zero Zero arc-en-ciel. 4 3 2 1 Zero. Or et argent, bruit et fumée. Cirque nomade Zero. Zero est silence. Zero est commencement. Zero est rond. Zero est Zero.
Otto Piene, Der Neue Idealismus, 1963.
Le texte cité ci-dessus est considéré comme le Manifeste ZERO. Il décrit parfaitement l'esprit de ce groupe d'artistes tournés vers une nouvelle forme de spiritualité, voulant faire table rase d'un passé lourd pour mieux s'engager dans le nouveau, et dont les préoccupations esthétiques et poétiques centrées sur le dynamisme du mouvement circulaire, la pureté de la couleur blanche, et les infinies variations d'une lumière universelle s'expriment souvent dans un esprit ludique.
“Le titre ZERO, finalement presque trouvé par hasard, était le résultat d'une recherche de plusieurs mois (ma première proposition avait été “Chiaro“). Nous [Mack, Piene] avons, dès le départ, compris ZERO comme un nom pour une zone de silence et de nouvelles possibilités, et non pas comme l'expression du nihilisme ou d'un gag dans l'esprit de Dada. Nous pensions au compte à rebours avant le départ d'une fusée - ZERO est la zone incommensurable, dans laquelle une situation ancienne se transforme en une situation nouvelle et inconnue“.
Otto Piene, 1964.
Le groupe ZERO :
Le groupe ZERO est fondé par deux jeunes artistes, Heinz Mack et Otto Piene, tous deux formés à la Kunstakademie de Düsseldorf, bientôt rejoints par Günther Uecker. Ils organisent ensemble dans leur atelier des “expositions d'un soir“, qui sont l'occasion, le temps d'une soirée, de réunir artistes, critiques, étudiants, dans une ambiance festive pour partager des réflexions esthétiques autour de “nouvelles tendances“. D'un point de vue plastique, les réflexions tournent essentiellement autour des nouveaux moyens d'utiliser la surface d'une toile pour y faire jouer des phénomènes universels. La toile n'est plus la page blanche qui servirait à une individualité de s'exprimer, elle est le réceptacle de phénomènes sensibles. Les premiers tableaux de Piene par exemple, Raster Bilder (tableaux trames) sont élaborés à partir de reliefs, dans des couleurs unies, souvent neutres, à même de pouvoir attraper les effets de lumière pour donner une dynamique à la surface. On comprend alors le cheminement de ces artistes qui partent de ces tableaux trames figés, pour arriver à des installations électriques, les Rotor (Lichtdynamo de Mack) : des cercles d'aluminium martelé qui tournent régulièrement dans leur cadre de verre. Les moteurs donnent le mouvement, l'aluminium et le verre dont la surface est travaillée renvoient des reflets dynamiques de lumière : le tableau et les effets voulus ont été traduits concrètement, dans des matériaux modernes, tournés vers la technologie. Ces sculptures mobiles, utilisées également par Uecker avec ses Funf Lichtscheiben, sont une étape importante de l'art ZERO, qui les rapprochent de l'art cinétique et de l'Op Art très présents dans l'esprit du temps. Uecker choisit quant à lui de traduire le jeu des reflets au travers d'un matériau brut, simple, concret : des clous, plantés sur une planche. Ce processus est répété dans d'infinies variations. Pfeilbild-“Le trou du coeur“ (1960) est sans doute le moment fondateur de sa démarche : il plante des flèches sur un panneau recouvert d'une toile blanche. Avec les clous recouverts de peinture blanche, les effets d'ombre et de lumière provoquent un mouvement sur la surface statique du tableau lorsque le regard s'y promène, et que le spectateur se déplace. Heinz Mack, Otto Piene et Günther Uecker ont réussi à transmettre un élan vers le renouveau, grâce à l'utilisation de matériaux encore peu exploités dans le domaine artistique, la recherche de sensations liées au mouvement et à la lumière, la volonté de placer l'homme dans un système de références universel qui ne connaît de limite ni dans le temps ni dans l'espace. ZERO fut à ce titre un des mouvements pionniers en Europe dans l'art de l'installation, soucieux de développer de véritables “environnements“. Le Ballet de Lumières (Lichtballet) d'Otto Piene est emblématique : une salle entière, plongée dans le noir, est animée d'une multitude d'ombres et de reflets en mouvements, dans une ambiance musicale spécifique.
ZERO est un mouvement fondé sur le partage et l'ouverture :
Les “expositions d'un soir“, si importantes dans le moment fondateur du groupe en sont un témoignage éloquent : l'atelier de Mack et Piene s'ouvrait aux artistes, aux amateurs, et aux curieux le temps d'une soirée festive. Les artistes voyageaient, échangeaient et s'in-vitaient régulièrement. La septième exposition d'un soir par exemple, Das Rote Bild en 1958 réunit 45 artistes, dont Mack, Piene, Uecker, Bartels, Klein, Graubner, et Mavignier. Un intérêt commun pour le renouvellement d'un art résolument tourné vers l'avenir, refusant toute forme de pathos et d'expressivité individuelle au profit de celle d'une force universelle prenait forme. Yves Klein a exposé très tôt à Düsseldorf, dès 1957 c'est son exposition qui inaugure la Galerie Schmela, qui restera liée aux préoccupations du groupe ZERO. Son art, tourné vers la recherche d'une pureté essentielle, au travers notamment de son International Klein Blue, est proche de ZERO. Plus radical encore peut-être, ses espaces sont emplis de ce pigment bleu si particulier, irradiant, pigment qui va petit à petit recouvrir tous les objets (exposition Propositions monochromes chez Colette Allendy en 1957). L'intérêt pour le mouvement aussi est visible dans les Vitesses pures, en collaboration avec Tinguely. La prise en compte du spectateur dans un environnement, la recherche de l'immersion dans un espace de pureté a également été l'une de ses préoccupations : en 1958 il crée une oeuvre, La spécialisation de la sensibilité à l'état de matière première en sensibilité picturale stabilisée : une salle blanche dans laquelle le public est invité à pénétrer pour une durée limitée, expérimentant ainsi “le Vide“. Autre personnalité marquante qui a accompagné ZERO, Piero Manzoni, avait ce même dynamisme, cette même envie de participer à un mouvement élargi de promotion de nouvelles recherches. Il ouvre une galerie à Milan (Azimut) en 1959 avec Castellani notamment, et édite une revue. Il expose Heinz Mack en 1960, et collabore avec Piene pour imaginer le Placentarium, “architecture d'air“ pour son ballet lumineux : une sorte de ballon en plastique de 18 mètres de diamètre, argenté à l'extérieur pour protéger des rayons solaires, et blanc à l'intérieur. Cela rappelle les propres recherches artistiques de Manzoni et son Corpo d'aria.
Tous furent influencés par Lucio Fontana, considéré comme fondateur dans sa façon d'envisager la pratique artistique. Dès la publication du Manifiesto Blanco (1946), il se prononce pour un “art plus global“ - un art qui ne serait pas seulement un objet, mais un “geste“, renonçant au mythe sacralisant et individualiste du processus de fabrication de l'oeuvre d'art, pour insister sur l'acte spirituel qui le commande. Manzoni a exposé Fontana pour l'inauguration de sa galerie, et c'est Piene qui prononce le discours de vernissage de la première exposition de Fontana en Allemagne, dans la Galerie Schmela de Düsseldorf en 1960.
Le groupe NUL :
Au-delà des individualités marquantes, de nombreux groupes et mouvements se sont multipliés à cette époque autour de préoccupations communes à celles de ZERO. Le groupe NUL fondé en 1961 aux Pays-Bas par Armando, Jan Henderikse, Henk Peeters et Jan Schoonhoven est par exemple très proche de ZERO. Par leur nom d'abord, par le souci d'exposer les autres pour mieux partager et échanger ensuite, et enfin par cet effacement de l'individu dans la pratique artistique. Jan Henderikse s'installe à Düsseldorf en 1959 et fréquente les artistes ZERO, Henk Peeters sera invité à participer à l'exposition Peintures Monochromes en 1960, aux côtés de Mack, Uecker et Piene entre autres. Peeters utlise l'énergie du feu dans ses Pyrografies : tout comme dans les “peintures feu“ de Piene ou de Klein, la suie est déposée par la flamme agissant comme un pigment pur. Les éléments sont détournés pour éveiller une nouvelle sensibilité à l'environnement : l'eau (Wasserdecke, Ijs Ijsbeer Ijskast), le feu, l'air (les plumes sont souvent utilisées dans ses oeuvres). Peeters est également à l'initiative d'une importante exposition collective NUL 62 au Stedelijk Museum d'Amsterdam réunissant toute la “nouvelle tendance“ : Bury, Armando, Aubertin, Dadamaino, de Vries, Haacke, Goepfert, Manzoni, Fontana, Megert, Uecker.... Trois ans plus tard NUL 65 réunit les groupes ZERO, NUL, et GUTAI, créant pour la première fois des liens entre les oeuvres européennes et japonaises, visibles notamment dans cette attention aux éléments (Motonaga et ses sculptures d'eau teintée prise dans un tube vinyl, Kanayama et son ballon...). Les tendances qui se révèlent autour de l'art cinétique et de l'Op Art emblématiques de cette époque sont également proches de ZERO. Par le mouvement et les variations des reflets des oeuvres de Bury et de Soto par exemple, on retrouve cette volonté de dépasser la stricte émotion de reconnaissance d'une expression individuelle, humaine, pour atteindre une sensibilité plus diffuse, moins précise, mais plus universelle : celle du temps et du lieu, tels qu'ils peuvent être reliés par celui qui les perçoit . Ceci se retrouve dans le titre-même des oeuvres de Nanda Vigo : Cronotopo. Le groupe GRAV auquel participe François Morellet s'intéresse également à une forme d'expression dénuée d'affect, dans laquelle l'expérimentation est particulièrement importante.
Le groupe GUTAI :
Les artistes du groupe GUTAÏ (qui signifie spontané, direct, concret) se sont rassemblés autour de la figure de Jiro Yoshihara dès 1954. La revue GUTAÏ paraît l'année suivante, suivie par la première exposition en plein air Défi au plein soleil de l'été. Les oeuvres des artistes Gutaï (Murakami, Yamazaki, Tanaka, Shiraga, Motonaga...) sont marquées par la volonté d'échapper à la tradition d'un art précieux, bi-dimensionnel, enfermé, et narratif.
Les performances et actions se multiplient : Shiraga est suspendu à une corde, la toile posée par terre, pour peindre avec ses pieds ; Murakami traverse des châssis tendus de papiers pour n'y laisser que la trace violente de son passage, pendant que Kanayama peint ses toiles par l'intermédiaire d'une voiture téléguidée. Yves Klein s'est intéressé à ce groupe d'artistes lors de son voyage au Japon, mais c'est Michel Tapié qui en a fait la promotion en Europe. Théoricien de l'art informel, il voyait des rapprochements entre ces artistes et les pratiques expressionnistes abstraites. Pourtant ce qui a pu rapprocher ZERO de GUTAÏ est loin de ces préoccupations. Dans l'exposition d'Amsterdam NUL 65, la sélection des peintures ne convenait pas et Jiro Yoshihara et son fils Michio ont dû reconstruire in situ les installations de Shiraga ou Motonaga en urgence. L'importance des éléments naturels, la volonté de constituer des environnements, l'utilisation de nouvelles technologies et d'artifices lumineux (Robe Lumineuse de Tanaka), ainsi que cet effacement de l'expression individuelle pour se consacrer au “concret“, au commun partagé par toutes les sensibilités, est ce qui rapproche l'art de ces deux groupes, l'art de cet esprit d'un temps particulier. Le zéro est ici comme là-bas un élément central : le vide préalable à toute création.

Michele Costanzo
MVRDV
Opere e progetti 1991–2006
Skira 2006
Collana: Architettura. Monografie
L’opera di MVRDV può considerarsi l’emblema di quel significativo giro di boa realizzato dall’architettura olandese nell’ultimo decennio dello scorso secolo, che ha dato l’avvio a una radicale trasformazione del paese.
Nati nel 1990, allievi di Rem Koolhaas e interpreti tra i più brillanti e provocatori dell’ultima stagione modernista olandese, MVRDV attraverso le opere realizzate, i grandi concorsi internazionali e i libri segnano un modo diverso e sperimentale di guardare e progettare nella città contemporanea. Saliti alla ribalta con l’edificio VPRO di Hilversum e le residenze speciali WoZoCo’s ad Amsterdam alla fine degli anni novanta, saldati contemporaneamente con la produzione teorica costruita in Farmax e Metacity/Datatown, consacrati definitivamente dalla critica internazionale con il Padiglione Olandese per l’Expo di Hannover, MVRDV rappresentano una delle realtà progettuali e concettuali più vitali sulla scena contemporanea, per la capacità di produrre teoria e progetto, e insieme di porre attivamente la necessità di rinnovare le parole chiave e i linguaggi con cui l’architettura sta guardando a una realtà in profonda metamorfosi.
Una filosofia progettuale che ritorna nelle opere più recenti, dalle due case per Borneo-Sporenburg, all’edificio per ville sovrapposte Silodam ad Amsterdam, arrivando al villaggio Hageneiland a Ypenburg, alla Biblioteca Centrale nel Brabante e al recente complesso residenziale costruito a Madrid.
Il volume scritto da Michele Costanzo attraversa tutta l’opera progettata e scritta da MVRDV, dalle origini alle più recenti provocatorie realizzazioni, offrendo insieme uno sguardo critico inedito sulla scena olandese contemporanea.
Michele Costanzo, nato ad Ancona nel 1939 vive e insegna a Roma come docente di Progettazione presso la Facoltà di Architettura Valle Giulia. Svolge attività di progettista e ha realizzato opere per una committenza pubblica e privata; ha partecipato a numerosi concorsi nazionali.
Ha organizzato mostre d’architettura al Palazzo delle Esposizioni di Roma; a Palazzo Braschi Museo di Roma, a Castel Sant’Angelo, al Salon International de l’Architecture, Grand Halle, La Villette, Parigi; alla Concord Lighting Gallery di Londra.
Ha collaborato con la rivista “L’architettura. Cronache e storia”, e collabora con altre riviste nazionali, quali: “Rassegna di Architettura e Urbanistica”, “Metamorfosi”, “Parametro”, “L’Arca”, “Controspazio”, e la rivista digitale “Arch’it”.
Ha tradotto e curato i volumi: Hans Ibelings, Supermodernismo, Castelvecchi, Roma 2001, e Nicholas Serota, Esperienza o interpretazione, Kappa, Roma 2002. Dirige la collana d’architettura Percorsi per Kappa.
Tra i libri recentemente pubblicati: Bernard Tschumi.L’architettura della disgiunzione, Testo e Immagine, Torino 2002; Stanze separate. Percorsi critici attraverso il modernismo italiano, Kappa, Roma 2003; Dutch Touch. Sulla seconda modernità in Olanda (a cura di, con Hans Ibelings), Kappa, Roma 2004; Adalberto Libera e il Gruppo 7. Dalle lettere del suo archivio, Mancosu, Roma 2005; Claus en Kaan. L’architettura dell’attenzione, EdilStampa, Roma 2005; Sant’Elia e Boccioni. Le origini dell’architettura futurista (con Maria De Propris), Mancosu, Roma 2006.
mercoledì, settembre 20, 2006 
LA VIA DELLA SCRITTURA
e l’arte della calligrafia cinese
Mostra
Palazzo Ducale - Loggia degli Abati
(Piazza Matteotti – Genova)
15 Settembre - 15 Ottobre 2006
direzione scientifica
CELSO • Dipartimento Studi Asiatici
CONFERENZE collegate alla mostra
• CINA: LA VIA DELLA SCRITTURA E L’ARTE DELLA CALLIGRAFIA
Relatore: Alberto de Simone – Direttore Dipartimento Studi Asiatici/CELSO
Venerdi 22 Settembre 2006 - ore 17,30
Palazzo Ducale – Sala Liguria Spazio Aperto (Piazza Matteotti – Genova)
Ingresso libero
• L’ARTE DEL PENNELLO DI FERRO. Forme ed estetica dei sigilli cinesi
Relatore: Anna Rozzi Mazza
Conservatore Civico Museo del Sigillo - La Spezia
Venerdi 29 Settembre 2006 - ore 17,30
Palazzo Ducale – Sala Liguria Spazio Aperto (Piazza Matteotti – Genova)
Ingresso libero
SEMINARI collegati alla mostra
• Stage-Laboratorio
SHUDAO - INTRODUZIONE ALL’ARTE DELLA SCRITTURA CINESE
Viaggio alla scoperta delle forme della scrittura, dei materiali e delle tecniche dell’arte della calligrafia.
Sabato 30 Settembre 2006 – dalle ore 16,30 alle ore 20,30
e Domenica 1 Ottobre dalle ore 10 alle ore 12,30
Sedi:
Palazzo Ducale – Loggia degli Abati (Piazza Matteotti – Genova)
CELSO Istituto di Studi Orientali - Dipartimento Studi Asiatici (Galleria Mazzini 7 – Genova)
Lo stage è ad iscrizione – E’ necessaria la prenotazione
Informazioni e prenotazioni: tel 010586556 – info@celso-dsa.org
SPETTACOLI collegati alla mostra
• Concerto
LING LING YU – “PI-PA”
Venerdi 15 Settembre 2006 - ore 21
Teatro Carlo Felice - Auditorium (Passo E. Montale 4 – Genova)
Ingresso libero (fino ad esaurimento posti)



Patrick-Gilles Persin
PARIS 1945-1956
L'envolée lyrique
con testi di Michel Ragon e Pierre Descargues
Skira, 2006
La riscoperta di un fertile decennio di creazioni e di esperienze ricche e molteplici sul tema dell’astrazione lirica nella Francia del dopoguerra.
È la prima volta che viene riunito un insieme così coerente di dipinti intorno al tema dell’astrazione lirica negli anni 40 e 50 in Francia, offrendo così la straordinaria occasione per apprezzare l’importanza storica ed estetica di questo movimento. Il catalogo, che raccoglie oltre un centinaio di opere, mette in evidenza la singolarità e lo slancio creativo che lo animò e che diede vita a tante brillanti composizioni caratterizzate da piani o segni colorati, senza una logica apparente, ma di notevole forza. Questa rilettura, a distanza di cinquant’anni, di una modernità spiccatamente francese contribuisce così a rendere omaggio a grandi artisti, alcuni dei quali purtroppo caduti un po’ nell’oblio. Tra gli artisti presentati: Jean-Michel Atlan, Jean Bazaine, Gérard Schneider, Roger Bissière, Serge Poliakoff, Georges Mathieu, Nicolas de Staël, Pierre Soulages, Alfred Manessier, Paul Jenkins, Maurice Estève, Hans Hartung, Maria-Elena Viera da Silva, Pierre Tal-Coat, Wols et Zao Wou-ki.
I saggi di Michel Ragon, romanziere, storico dell’arte e sociologo, e di Pierre Descargues, critico d’arte e opinionista di France-Culture fino al 1996, testimoniano, sia sul piano storico che artistico, la vitalità e la specificità di questo movimento di cui sono stati tra i principali accompagnatori, se non addirittura animatori. Una cronologia, una biografia degli artisti della mostra, una bibliografia, numerosi documenti d’archivio inediti e un indice dei nomi propri completano le schede delle opere della mostra.
Patrick-Gilles Persin, critico d’arte, scrittore ed esperto per i quadri e le sculture moderni e contemporanei. Presidente dal 1994 al 2001 della Fédération des Salons d’Artistes, è presidente del salone Grands & Jeunes d’Aujourd’hui dal 1991.
Michel Ragon, romanziere, storico dell’arte e sociologo. È membro onorario dell’Accademia di Belle Arti danese. Insignito del premio dall’Académie française, e della Grande médaille d’argent et de vermeil dell’Académie d’architecture.
Pierre Descargues, giornalista, è stato produttore a France-Culture e ha diretto le pagine artistiche delle Lettres françaises. È oggi editorialista de La Nouvelle Revue Française. Storico d’arte, è autore di numerose monografie. Le sue fotografie di artisti sono state esposte nel mondo intero.
martedì, settembre 19, 2006 
MARCO PORTA - ESSERE PIETRA
a cura di Alessandro Trabucco
Andrea Ciani - The Labo
Via David Chiossone 21 R - 16123 Genova
dal 5 ottobre al 18 novembre 2006
La ricerca di Marco Porta è focalizzata sulla centralità della figura umana quale punto di connessione tra l’aspetto organico della Natura e quello razionale della mente umana, esplicitata attraverso la realizzazione di opere che non riproducono mimeticamente le forme del mondo esterno, ma che in qualche modo ne ricreano i naturali processi formativi conferendo ad ogni singolo lavoro un carattere di autonomia generativa.
Essere pietra è una condizione, rappresenta la scelta radicale di una completa simbiosi con la Natura, immobile e silenziosa; rivela la capacità dell'uomo di adattarsi al tempo geologico, lento ed inesorabile; indica la precisa volontà di rispettarne i ritmi e le impercettibili mutazioni, quale alternativa alle innaturali dilatazioni e repentine accelerazioni del "tempo storico". Le rigorose strutture metalliche e teche di cristallo sulle quali sono poggiate le piccole figure, anonime ed inespressive, referenti dell'intera umanità, determinano una scansione geometrica dello spazio creando forme regolari minimali perfettamente interagenti con gli oggetti e l'ambiente attorno. L'artista adotta il sale quale materiale reagente ed erosivo, in continua trasformazione, che si plasma e si diffonde su quelle stesse piccole figure bianche che subiscono il lento ed inesorabile processo di pietrificazione, quale stato di totale superamento della dicotomia Uomo-Natura.
Alessandro Trabucco

WHAT IS POSITIVE? WHY?
Strategic Questions – Platform 06
Kusthalle Exnergasse, Wien
07.09.2006 - 07.10.2006
Lise Autogena, Yona Friedman, Marko Lulic, Ioana Nemes, Maria Pask, Marjetica Potrc, Oliver Ressler, Jun Yang
Curators: Hilde de Bruijn and Gavin Wade
Design: goodwill
Publisher: Kunsthalle Exnergasse, Vienna, in collaboration with Revolver – Archiv für Aktuelle Kunst
What is positive? Why?
Strategic Questions – Platform 06
Strategic Questions is an ongoing project by Gavin Wade to develop 40 projects in response to 40 questions written by R. Buckminster Fuller within Design Strategy, 1966. Each project is an artwork or a combination of artworks that are developed in relation to 40 different publication scenarios.
Platform 06 represents the half way stage of the project presenting the first 20 publications of the series including the new bookwork What is positive? Why?
www.strategicquestions.org
lunedì, settembre 18, 2006 

Andrew Hussey
PARIS: THE SECRET HISTORY
Viking, 2006
Since the moment of its foundation, the City of Light has been alive with darkness. Andrew Hussey's masterly new history of Paris makes a virtue of iniquity, showing the capital from the perspective of the "dangerous classes" - a traditional term for the immigrants, activists, beggars, revolutionaries and criminals whose actions and accounts run beneath all official and dogmatic versions of the city's history. On every page, fragments of sinister trivia and captivating alternative histories bob up with the regularity of the corpses that have thronged the Seine since the time of the Parisii.
Paris is a prodigiously researched narrative, studded with gems of testimony from a host of recondite sources. Among them are the 15th-century bourgeois ("one of the most notorious killjoys in French literary history") whose diary complained that Joan of Arc was "a nuisance and a bad influence on the young", and the 16th-century lowlife from Gentilly who charged tourists a packet to meet the very Devil himself - in actuality a vermilion-dyed goat surrounded by capering accomplices. Higher but not much mightier was King Charles VI, who became convinced that he was made of glass "and had iron rods inserted into his clothes so he would not shatter on contact with other human beings".
Hussey is in perpetually genial command of a fascinating hoard of ephemera. Under his amused eye, the reader learns the preferred insults among tavern-brawlers of the 18th century ("'slut', 'bugger', 'nark', and 'dog' were commonplace," noted one assiduous observer) and what the claret in Baudelaire's favourite café was like ("it smelt strongly of the earth"). Glimpses of Situationist blueprints - a pedestrianised metro, on/off switches for the streetlamps - vie for prominence with the information that on the day of Victor Hugo's state funeral, the whores did it for free all day.
This is a Paris of voices and songs, and Hussey draws spicy epigraphs for each section from the work of the city's poets and balladeers. They range from the lays of the criminal bard Villon to the piercing abstractions of Apollinaire, but along the way there arise less emblematic refrains. A plague of coughing that struck Paris in the 15th century, it is said, was divine retribution for a song sung by working-class children: "What a cough you've caught in the con, old girl. What a cough, what a cough, in the con." (An outraged Almighty apparently visited Paris with a con of a cough in exchange.) Then there is the cheerful party song of the 1830s Bonsingo movement: "Let us smoke, smoke!" they sang. "Like cigarettes, all things are brief in a useless life!"
For each fragment of trivia there is chapter after chapter of meticulous scholarship. Hussey's easy style makes light work of the labyrinthine political intrigues that dog Paris to the present day: the early chapters shine in rendering the remote processes of Roman and medieval governance as entertaining contemporary prose, while later passages on the Nazi occupation and the city's persecution of Jews and Algerians are handled with commendably dry sensitivity.
The achievement is not one of simple collation. Paris's great litterateurs have traditionally been wanderers and observers, be they the licensed satirists of the medieval period, Balzac the midnight rambler or the theoric flâneurs Benjamin and Perec, and Hussey triumphantly aligns himself with this tradition. As a result, his book, like Peter Ackroyd's London, brims with rubbernecker's trouvailles. Breaking off from an erudite passage on the Templars, for example, he moves seamlessly to a description of the present-day Bar-Tabac des Templiers, where members of the Milice du Christ rub shoulders with Dan Brown dilettantes to debate the mysteries of the Order.
Frequently this street-level view throws up shocking juxtapositions and vivid historical ironies. Hussey describes how a few years ago he watched two pimps slash a rival in the face in broad daylight on a street known since the 16th century as a coupe-gorge, and he quietly reminds us that the nightmarish shopping centre at Les Halles is built deep into the site of Saints-Innocents, an ancient cemetery whose soil was renowned for "eating up a corpse" within days.
The most endearing thing about this passionately entertaining book is its stated goal of sending the reader back to the streets. It's a noble aim, in a history that is almost as good as a holiday all by itself. But perhaps the last word belongs to the 18th-century chronicler Louis-Sébastien Mercier, whose comment Hussey chooses as the epigraph for this book. "I have run so far to make this portrait of Paris," Mercier wrote, "that I can honestly say that I made it with my legs. I have also learned to walk on the stones of the capital in a nimble fashion, quick and lively. That is the secret that one must acquire in order to see everything."
Tim Martin
The Indipendent, 16 July 2006

Virtualisme et fictionnement pour un retour à l'ancien ordre mondial
Que masque le "virtualisme", la construction médiatique du réel ?
Contribution à la compréhénsion du monde contemporain en référence à la thèse du virtualisme défendue par la revue http://www.dedefensa.org
Le virtualisme, c'est la reconstruction médiatique du réel en fonction de credos politiques et des intérêts économiques et institutionnels dominants. Le virtualisme consiste d'une part à produire un discours virtuel et à le faire passer pour la réalité et d'autre part à passer sous silence tous les aspects de la réalité qui ne sont pas conformes à ces credos et à ces intérêts. La concentration de la presse, de l'édition (y compris scientifique) et des médias aux mains de quelques grands groupes financiers, industriels et d'armement ; l'emprise captative toujours croissante de l'industrie médiatique du spectacle de masse ; tout cela donne au virtualisme contemporain une vocation hégémonique non seulement sur l'opinion, mais également sur les conditions de l'exercice de la pensée et sur les formes de la représentation elles-mêmes.
Le virtualisme omniprésent qui recouvre et masque notre la réalité et s'y substitue, masque égalemement la transformation de ce réel par l'effet de l'art politique et de l'influence économique. Ainsi, la part d'illusion du virtualisme qui préside à la politique américaine dans le monde - en Irak par exemple - est aisée à démasquer, tant la fiction plaquée sur le réel et les mensonges assénés sont grossiers. Mais il reste à mieux analyser le "fictionnement" en cours, qui transforme la réalité politique et économique par delà les fables virtualistes et grâce à elles, et cela avec un réalisme et une prospective impitoyable.
En effet, si le virtualisme est chaque jour mis en défaut comme une représentation erronée et caricaturale du réel, comme une pure projection du système, de ses préjugés et de ses intérêts à la fois contradictoires et convergeants, et bien il n'en reste pas moins qu'il participe directement à la construction d'une nouvelle réalité, de nouvelles perception. L'exemple Irakien montre que ses "provocations", ses "maladresses", sa "stupidité" elles-mêmes créént une nouvelle situation, de nouvelles perceptions, de nouvelles réactions, attisent de l'hostilité et des oppositions, génèrent des revers sur le terrains : regain de terrorisme, révoltes, oppositions politiques. Les analystes qui baignent dans le virtualisme et le spectaculaire commentent généralement ces ces contre-coups, ces retours de réalité comme des échecs politiques. Les analystes qui critiquent et dénoncent le virtualisme y voient le plus souvent des échecs de celui-ci. Rares sont ceux qui pensent le virtualisme en relation avec le fictionnement du réel qui s'opère à travers lui et parfois à l'encontre de ses valeurs explicitées.
Or quel est le réel ainsi fictionné, créé par le virtualisme ? Quelle est la réalité du monde de demain qui se dessine par son effet combiné à celui de la force brutale. Bien-sûr pas celui qu'il vise explicitement à établir, bien qu'il ne s'en cache pas. Quel est-il ?
Tout concourre à penser que le virtualisme à la fois révèle, masque et accomplit une vision du monde compatible avec les valeurs, les comportements et les intérêts d'une génération de dirigeants -économiques, militaires et politiques- qui ont été gagnants dans le contexte économique d'équilibre géo-capitalistique de la guerre froide. C'est tout simplement cette réalité-là qu'il s'agit pour eux de "recréer autrement", autant que de conserver, bouleversée qu'elle est par la chute du mur, la prévisibilité d'une crise sociale sans précédent en Occident par suite de la mondialisation, l'émergence de la Chine comme ressource financière excédentaire à la place du Japon et qu'il s'agit d'ancrer dans la logique de transferts financiers avec la zone déficitaire Etats-Unis et Europe. Si telle est la réalité fictionnée sous nos yeux, de façon systématique, ostensible mais brouillée sous le bavardage virtualiste, alors même les "maladresses", les "bévues", les "erreurs psychologiques", les "provocations" trouvent une explication et révèlent l'envers de la médaille du virtualisme qui montre son visage de réalisme cynique. Alors la guerre contre le terrorisme -que l'on a annoncé "globale et permanente" comme l'a été la guerre froide-, de la guerre Irakienne en tant que ferment de "guerre des civilisations", le soutien inconditionnel à la guerre coloniale israélienne, et peut-être même l'absence coupable d'anticipation suite aux informations annonçant les événements déclencheurs du 11 septembre 2001 qui seraient alors à rapprocher du précédent de l'attaque sur Pearl Harbor en matière de préparation psychologique à l'effort de guerre ; alors l'appel de fonds publics sans précédent aux USA pour le budget de la défense, c'est à dire de capitaux gagés sur la croissance asiatique pour relancer l'économie américaine, alors les tortures à caractère pornographique mise en scène et diffusée au monde arabe ainsi que ses conséquences "civilisationnelles" cessent d'être les "bourdes" de virtualistes dépassés par la réalité, mais se déploient sous nos yeux comme une pratique sensée de "fictionnement" d'un ennemi politique et militaire, conduite avec réalisme et sans états d'âme. Il est vrai que les bons sentiments sirupeux du virtualisme hollywoodien impregnent désormais à ce point les analystes politiques, économiques, les médias et le public dans le monde entier qu'il est devenu inconvenant de formuler ou de publier tant de cynisme. Le commentaire de la politique américaine réelle de confrontation avec le monde arabo-musulman est laissé à l'impuissance des discussions dans les cafés du commerce. L'opinion publique mondiale, virtualisée et construite médiatiquement, reste circonscrite dans des modèles de comportement prévisibles. En cas de sursaut de l'opinion réelle, comme en Espagne au printemps 2004, c'est l'erreur grossière d'un Aznar se trompant de scénario pour répondre politiquement aux attentats de Madrid qui a provoqué un sursaut tout en révélant un pan du cynisme et de la systématisation du mensonge à grande échelle pratiqué par les exécutifs.
Il apparaît que le virtualisme est au service de la reconstruction d'un monde bien connu. Les virtualistes américains post-modernes, armés à crédit par la sueur des ouvrières chinoises pour conduire la "guerre sans fin contre le terrorisme" ne créent pas un "nouvel ordre mondial", ils ne font que tenter de prolonger l'ancien, avec quelques changements de rôles ; la Chine nouvelle remplaçant le Japon rassi comme puissance investisseuse et bailleuse de fonds ; le monde musulman et le mouvement social global assimilé au terrorisme remplaçant la menace communiste. Ce modèle, qui est celui de la relance constante de la croissance économique par l'effort de guerre, est en effet la panacée amère que s'administre avec constance l'Amérique libérale, et à sa suite le capitalisme mondial depuis la grande dépression de 1929, l'échec du new deal et le salut économique qu'opéra la seconde guerre mondiale.
Face au caractère foncièrement instable d'une écomomie de profit que ne trouve d'équilibre que dans la surchauffe -la croissance -, et où l'état est censé ne pas intervenir, seule la guerre, sa réalité ou son spectre peut justifier aux Etats-Unis l'injection massive et toujours croissante de fonds publics. Le 11 septembre 2001 a fourni le moyen de réalimenter en charbon la locomotive du complexe militaro-industriel qui tire sans fatigue depuis 1937 le train du capitalisme américain. Après la guerre du Vietnam et ses horreurs médiatisées, ce complexe a investi massivement dans l'édition, la presse, les médias afin de les contrôler et ainsi contrôler l'univers de représentation des opinions nationales et mondiales. Le virtualisme que nous connaissons aujourd'hui n'est que l'expression de ce contrôle.
Dans ce contexte, outre les incalculables dégâts humains et sociaux déjà vécus et prévisibles, deux dangers guettent : la perte de l'essence-même de l'humanité et de sa conscience d'elle-même dans la virtualité construite avec des moyens inégalés pour à la fois accomplir et masquer la réalité de la domination ; un scénario global sur le modèle de la catastrophe écologique de l'Ile de Pâque sur une planête désormais trop petite pour nous permettre sans risque majeur un nouveau cycle de "croissance" de 30 ans prévisible selon ce modèle.
(cl) copyleft avec mention de la source http://notv.info Pascal Bitsch mai 2004
domenica, settembre 17, 2006 
RADICAL SOFTWARE
Art, Technology, and the Bay Area Underground
Wattis Institute, San Francisco
September 12–November 11, 2006
At the first Hackers' Conference in 1984, Stewart Brand—former Merry Prankster, founder of the Whole Earth Catalog, the Global Business Network, and the Long Now Foundation—made his often-quoted claim that "information wants to be free."
This exhibition will combine artworks, experimental film and video, documentary material, and artifacts that trace the (counter)cultural discourse that made Brand's assertion possible: from its early manifestations in the postwar bohemian underground to its adoption as a basic principle by a new generation of artists, hackers, and activists.
Charting previously unexplored connections between art, technology, radical politics, and the psychedelic underground, the exhibition will bring together radical and experimental work by internationally known and emerging artists, plus commissioned projects, public works, historical artifacts, and new research.
Curated by Will Bradley

CORPI URBANI / URBAN BODIES
Festival di danza nella città
Edizione 2006 (Genova 22-23, Finale Ligure 24 settembre)
GIOVEDÌ 21 SETTEMBRE - GENOVA 17.30
Via Cesarea:
PS-PS: Personal Stereos & Public Spaces
18.00 FNAC Forum:
Presentazione Corpi Urbani / Urban Bodies 06
VENERDÌ 22 SETTEMBRE - GENOVA 18.00
Piazza De Ferrari:
Membros in Meio Fio
19.00 Palazzo Tursi:
Tango Sumo in Premier Round
21.00 Palazzo Rosso:
Gruppo s.a.n. in #
21.30 Palazzo Rosso:
F. Zaccaria e M. Nahum in Pista Improvvisa
22.00 Palazzo Rosso:
A. Nari e D. Frangioni in UBI
22.30 Via Garibaldi:
Damian Munoz in El Descenso del Deseo
23.00 Via Garibaldi:
Ladies & Gentlemen
SABATO 23 SETTEMBRE - GENOVA 17.00
Stazione Principe:
Il Cantiere in Juke-Box
17.30 Palazzo della Commenda:
Performance pubblica Laboratorio con D. Munoz
18.00 Piazza dei Trogoli di S. Brigida:
Antoine Le Menestrel in L'Aimant
19.00 Darsena/Museo del Mare:
Company Blu Danza in La Casa Invisibile
19.30 Darsena/Museo del Mare:
Damian Munoz in Un vaso olvidado en la terraza, ahora lleno de lluvia
21.00 Banano Tsunami:
BODIESCREENING
DOMENICA 24 SETTEMBRE - FINALE LIGURE 16.30
Lungomare A. Migliorini:
F. Zaccaria e M. Nahum in Pista Improvvisa
17.00 Bagni Ondina:
Corpoacqueo in Delle acque
17.30 Via Bolla:
Membros in Meio Fio
18.00 Via De Raymondi e Via Pertica:
Antoine Le Menestrel in L'Aimant
19.00 Piazza San Giovanni Battista:
Company Blu Danza in La Casa Invisibile
info: Associazione ARTU
sabato, settembre 16, 2006 
M.-O. WAHLER AU PALAIS DE TOKYO
Arrivé en mars à la tête du Palais de Tokyo, Marc-Olivier Wahler inaugure, jeudi 14 septembre, ses premières expositions. Suisse adepte de pataphysique et motard philosophe, il développe pour l'institution parisienne un programme ambitieux et inattendu. A Genève, où l'a formé Christian Bernard, directeur du Musée d'art moderne et contemporain (Mamco), il a appris l'art d'entrechoquer les oeuvres. A New York, dont il a dirigé le Swiss Institute, il s'est initié à la culture du mécénat et au sens du risque.
Concours de bûcherons, ballet de mini-motos... Wahler a imaginé un vernissage qui devrait laisser quelques souvenirs incongrus. Cette ouverture en fanfare ne doit pas faire oublier un programme exigeant. Michel Blazy, Philippe Decrauzat, Jonathan Monk ou Gianni Motti se retrouvent dans l'exposition "Cinq milliards d'années", inspirée du "chambardement cosmique". Dans " Une seconde une année", les oeuvres d'Alighiero e Boetti, Roman Signer ou Werner Reiterer se déclenchent aléatoirement : plusieurs fois par jour, ou une seule fois dans l'année. Pour donner l'envie de revenir ?
Vous succédez à Nicolas Bourriaud et Jérôme Sans. (...) Que comptez-vous apporter au lieu ?
Plutôt que de considérer l'exposition comme un point fixe dans le temps et l'espace, je compose un programme. Dilaté sur une année, il est soutenu par une ligne, éclatée et absurde, qui va du yodle autrichien à la physique quantique. Chaque exposition doit donner des clefs sur la précédente, et permettre de voir différemment la suivante. Une exposition, c'est comme un film d'Hitchcock, qui livre un panel de coupables possibles. Mais ce film serait coupé au milieu ; au visiteur de le continuer.
(...)
Etait-ce plus facile à New York ?
En France, si on casse les catégories, c'est sur le mode ludique : on peut dire en rigolant qu'on aime bien les zombies, mais c'est en rigolant, par snobisme. Alors que les zombies sont des choses très sérieuses. J'ai un intérêt profond pour eux, comme pour les motards ou les bûcherons, car l'art contemporain m'a appris l'élasticité. Un de mes maîtres a été l'artiste Steven Parrino : il s'intéressait autant au minimaliste Donald Judd qu'au rocker Iggy Pop. A New York, aussi, les gens aiment bien tout catégoriser. Mais il y a cette culture punk, de la middle class qui s'ennuie, qui offre d'autres perspectives. Ce qui est positif à Paris, c'est qu'il y a une vraie force de réflexion. Mais il y a aussi la culture de la peur, que je n'ai pas. Moi, j'ai envie de foncer.
Et si l'on vous reproche le côté spectaculaire de l'ouverture ?
Non, car l'exposition sera hyper-sèche. Le moteur de tout oeuvre d'art, c'est son quotient schizophrénique. Plus il est élevé, plus il soulève de scénarii. Une oeuvre déjà définie, chargée de poids, m'intéresse moins. Je préfère les objets paradoxaux : comme un bombardier furtif, qui échappe aux radars tout en étant très spectaculaire, l'art doit être aussi invisible que photogénique. La physique quantique démontre l'existence d'univers parallèles, identiques au nôtre. L'art pourrait être un de ces univers-là.
Propos recueillis par Bérénice Bailly
Article paru dans Le Monde du 14.09.06

Rudolf Kuenzli
DADA
Phaidon Press, October 2006
- The most comprehensive assessment available of Dada as revolutionary cultural movement and mass-media intervention.
- Edited by Rudolf Kuenzli with unparalleled access to the Internationale dada Archive, of wich he is Directon and its collection of 47.000 documents.
- Incorporates alla aspects of Dada activities - visual arts, documented performances and writing.
- Covers not only Western Europe and America but also Central and Eastern Europe and Japan plus Neo-Dada wordlwide.
- Dada is arguably the movement more than any other that has shaken and shaped notions of art today.
Rudolf E. Kuenzli is Professor of Comparative Literature and English at the University of Iowa and Editor of the journal Dada/Surrealism.
Previous publications includes "Dada Artifacts" (1978), "New York Dada" (1986), "Dada and Surrealist Films" (1996).

David Rockwell, Bruce Mau
SPECTACLE
Phaidon Press, October 2006
As an architect and set designer, David Rockwell creates immersive environments imbued with a sense of theater. He pays attention to texture, craft, and narrative, as well as new materials and technology. Moving beyond his theatrical design work, he has taken an unprecedented tour of over 60 far-flung and fleeting, beautiful and bizarre manmade events around the world. From the running bulls in Pamplona to the Holi Festival in India to NASCAR, with extraordinary images in his new book SPECTACLE, he considers what it is about these shared, live experiences that transforms not only the way we see the world, but also how we connect with each other. Along with behind-the-scenes encounters with phenomena producing people such as Muhammad Ali, Julie Taymor, and Quincy Jones, he offers how an empty stadium, an open field, a busy urban thoroughfare and individuals can become transformed by spectacle. With the forming of this instant community, suddenly people and place and atmosphere become much greater than they are.
David Rockwell is the founder and CEO of the Rockwell Group, an architecture and design practice. Based in NYC, Rockwell Group specializes in hospitality, cultural, theater and film design. Recent commissions include the JetBlue Airways terminal at JFK Airport; the Elinor Bunin Center at Lincoln Center; Town restaurant and Chambers hotel (NYC); W New York and W Union Square (NYC); the Academy Awards’ Kodak Theater (LA); the Broadway musicals Hairspray, Dirty Rotten Scoundrels, and Phantom of the Opera (Las Vegas); and numerous internationally located restaurants. Pleasure: The Architecture and Design of Rockwell Group was published in 2002. His new book is SPECTACLE with Bruce Mau.
Bruce Mau is a Canadian designer. Mau is the creative director of Bruce Mau Design, and the founder of the Institute without Boundaries. Bruce Mau studied at the Ontario College of Art & Design in Toronto, but left prior to graduation in order to join the Fifty Fingers design group in 1980. He stayed there for two years, before crossing the ocean for a brief sojourn at Pentagram in the UK. Returning to Toronto a year later, he became part of the founding triumvirate of Public Good Design and Communications. Soon after, the opportunity to design Zone 1|2 presented itself and he left to establish his own studio, Bruce Mau Design. Bruce remained the design director of Zone Books until 2004, to which he has added duties as co-editor of Swerve Editions, a Zone imprint. From 1991 to 1993, he also served as Creative Director of I.D. magazine. From 1996 to 1999 Bruce Mau was the Associate Cullinan Professor at Rice University School of Architecture in Houston. He has also been a thesis advisor at the University of Toronto’s Faculty of Architecture, Landscape & Design; artist in residence at California Institute of the Arts; and a visiting scholar at the Getty Research Institute in Los Angeles. He has lectured widely across North America and Europe, and currently serves on the International Advisory Committee of the Wexner Center in Columbus, Ohio. In addition, Bruce is an Honorary Fellow of the Ontario College of Art and Design and a member of the Royal Canadian Academy of Art. He was awarded the Chrysler Award for Design Innovation in 1998, and the Toronto Arts Award for Architecture and Design in 1999. In 2001 he received an Honorary Doctor of Letters from the Emily Carr Institute of Art and Design.
venerdì, settembre 15, 2006 
David Kine, David Burstein
BLOG!
Sperling & Kupfer, 2006
Questo libro vi porta dritti nel cuore e nel cervello dei più influenti blogger del pianeta, esperti dilettanti, che si sono serviti di questo nuovo mezzo di comunicazione per trasformare non solo la propria vita, ma anche la società. È il caso di Joe Trippi, ex collaboratore del candidato democratico alla Casa Bianca Howard Dean, primo in assoluto a ricorrere all’uso del blog politico come mezzo di finanziamento e strumento organizzativo di base, rivoluzionando così i meccanismi di una campagna elettorale. O di Robert Scoble, ex manager di Microsoft, che, con la franchezza dei suoi posting, ha fatto quello che centinaia di milioni di dollari di pubblicità non erano riusciti a fare: umanizzare un’azienda accusata di strapotere monopolistico. Un libro che spiega il significato e la portata di un fenomeno dirompente, una lettura indispensabile per comprenderne gli sviluppi futuri.
giovedì, settembre 14, 2006 
"Cultura e sviluppo per Genova"
Festival dell'Unità
Spazio Incontri
15 settembre ore 21
Elena Montecchi - Sottosegretaria Ministero Beni Culturali
Andrea Ranieri - Responsabile nazionale Scuola DS
Luca Borzani - Assessore Cultura Comune Genova
M. Cristina Castellani - Assessore Cultura Provincia Genova
Fabio Morchio - Assessore Cultura Regione Liguria
M. Paola Profumo - Presidente Istituzione Musei Mare e Navigazione
Coordina: Carla Olivari - Responsabile Cultura Federazione DS Genova
Partecipano: Gennaro di Benedetto, Carla Peirolero, Pina Rando, Andrea Rocco
parole, parole, parole ...

IL BLOG DI CLEARCO E PAOLO T.
Caro Paolo T.
Lunedì 11 settembre ti aspetto sulle pagine di questo Blog. Questo sarà il nuovo mezzo di comunicazione che permetterà il dialogo tra noi e il nostro folto pubblico di nicchia, un pubblico, vedrai, attento e preoccupato per la nostra sorte. Un pubblico che da un po' di tempo trascuriamo e a cui dobbiamo in qualche modo qualcosa.
Forza e coraggio! Con parole e immagini possiamo dare ancora molto a questo mondo che non ci merita.
Da lunedì 11 a lunedì 25 settembre, tutti i giorni pubblicheremo parte del nostro dialogo infinito, ad uso e abuso di chi ci ama.
http://clearcoepaolot.blog.tiscali.it/

MARTIN PARR
Forma - Centro Internazionale di Fotografia
piazza Tito Lucrezio Caro, 1 - Milano
dal 14/9/06 al 19/11/06
Questa mostra antologica intende esplorare le modalità con cui, nelle ultime tre decadi (1970-2005), l’autore sia riuscito a rivitalizzare e connotare in modo unico la fotografia di documentazione sociale, diventandone una delle figure più innovative ed influenti.
Una parte delle sue realizzazioni più importanti ed innovative risale a quando l’autore era ancora nell'Inghilterra del nord, durante i primi anni '70. La sua attenzione, rimasta poi costante, per la vita sociale e domestica, si manifesta nelle invenzioni e negli allestimenti di questo periodo: Home Sweet Home, Love Cubes e June Street, una ricognizione sulle case del ceto medio lavoratore di Manchester alla ricerca del “sublime ordinario”. Da allora, molti altri lavori sono stati realizzati. Molte storie, molte provocazioni, molte incursioni nella sfera dell'ordinario e del cattivo gusto, alla ricerca di quel senso comune, così spesso acclamato ma che - se visto particolarmente da vicino - rivela tutto il suo orrore e il paradosso di una orribile ma rassicurante familiarità.
La mostra, a cura di Val Williams, con 200 fotografie tra colore e bianco e nero, presenta dunque l'intera produzione di Martin Parr e cerca di ricreare, laddove possibile, il senso delle istallazioni realizzate in passato, per recuperare l'atmosfera dei suoi diversi interventi artistici e fotografici. Le immagini provengono da diversi lavori realizzati da Parr : Early black and white works, Mental Hospital (1970 ca.), Love Cubes (1970 ca.), June Street (con Daniel Meadows), Home Sweet Home (1973), Butlins by the Sea (1973), Hebden Bridge Series (1976-77), Beauty Spots (1973-76), Bad Weather (1980-82), The Last resort (1983-86), One Day Trip (1989), The Cost of Living (1989), Small World (1995), Home and Abroad (1993), Common Sense (1999). Prima di Milano, che sarà l’unica tappa italiana, la mostra è stata presentata con successo al Barbican di Londra e alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi.
Il catalogo Martin Parr (355 pagine, 600 fotografie) a cura di Val Williams è pubblicato da Contrasto
www.formafoto.it/

LIVERPOOL BIENNIAL 2006
14/09 - 26/11/2006
Urban myths and the bittersweet success of regeneration are strong focal points in the exhibition for Liverpool Biennial 2006.
Inspired by Liverpool's people, history and built environment, the exhibition promises 35 new commissions, half of which will be sited in the public realm, by some of the most exciting artists from across the world. The personality of the exhibition will be as lively, diverse and quick-witted as Liverpool itself.
International 06 responds to the personal readings of Liverpool made by consultant curators Gerardo Mosquera from Cuba and Manray Hsu from Taiwan. Both see art channelling energy into and within the city. Manray Hsu makes use of metaphors drawn from the Internet and from traditional Chinese medicine, while Gerardo Mosquera's 'reverse colonialism' returns the flow of energy along the city's historic geographic vectors to explore Liverpool here and now. The show's route through the city punctuates the built environment.
About the curators
Gerardo Mosquera
When Havana-based curator Gerardo Mosquera visited Liverpool, he was struck by the highly visible contrasts between the city’s wealthy past as a major port of the British Empire, and its present as a city devastated by post-war economic decline and now in the throes of regeneration. Mosquera’s vision for International 06 was to reverse the colonial journey by bringing to Liverpool artists from the Americas, Africa and Asia. In particular, he chose artists who would respond to and work with the city – its people, its buildings, even its buses. These temporary ‘colonisers’ will bring their own perspectives to the city, creating humanly engaging art that throws new light on contemporary Liverpool.
Manray Hsu
Taiwanese curator Manray Hsu brings to International 06 a perspective that sets the postmodern world of media and advertising alongside the ancient practice of traditional Chinese medicine. Focusing on the web of signs – in advertising, fashion, music, technology, social regulation – that dominates contemporary globalised societies, Hsu has invited artists to create new signs across the surfaces of Liverpool, confronting both residents and visitors with new visual prompts and challenges. At the same time, he works with the traditional Chinese notion of chi, the flow of energy through spaces, placing the artworks according to his concept of archipuncture (acupuncture for the built environment) to address the blocks and imbalances within the city and enable its energy to flow creatively.
International 06 partners include Tate Liverpool, Bluecoat Arts Centre, FACT (Foundation for Art & Creative Technology), and Open Eye Gallery.
mercoledì, settembre 13, 2006 
THE MATERIALIZATION OF SENSIBILITY: ART AND ALCHEMY
Curated by KLAUS OTTMANN
Leslie Tonkonow Artworks + Projects 535 West 22nd Street, 6th floor - New York
September 8 – October 14, 2006
Works by Edgar Arceneaux, Lynda Benglis, James Lee Byars, Dean Byington, John Chamberlain, Walter De Maria, Teresita Fernández, Spencer Finch, Roni Horn, Yves Klein, Larry Miller, Man Ray, Dario Robleto, Beverly Semmes, Andy Warhol, Robert Watts, Lawrence Weiner, James Welling.
The exhibition explores the intrinsic relationship between art and alchemy. Both seek to transform the ordinary into the extraordinary, attributing ideological and spiritual meaning to the materials themselves. As in the alchemical visions of Yves Klein, who considered art as a means toward liberating matter and color as the materialization of sensibility, the material becomes the idea. In his text The Monochrome Adventure Klein writes: Sensibility has no hidden corners; it is like humidity in the air. Color, for me, is the “materialization” of sensibility.
Gershom Scholem, the leading scholar of Jewish mysticism, writes in Alchemy and Kabbalah that “at the center of any alchemy, however understood, is the transmutation of metals into gold as the highest and most noble one existing in the world.” The medieval name used for alchemists was artistae (those who know the art of alchemy) and fire was considered the elementary force of creation, which was applied to the prima materia, the first matter. The purely “chemical” pursuit of physical gold, however, soon became replaced by philosophical gold — the purification and perfection of the soul.
Among the works on view, ranging from the 1960s to the present, will be John Chamberlain’s #33 (1966), a rarely exhibited sculpture he made by cutting, folding, and tying polyurethane foam into instant material presence; Man Ray’s gilded book object Lèvres d’or (1967); Yves Klein’s Table bleue (1961/2006), filled with blue pigment; Andy Warhol’s helium-filled Silver Clouds (c. 1966); Walter De Maria’s stainless-steel High Energy Bar (c. 1966); several works by Roberts Watts, including Radioactive Substance (1977), a lead box with gold lettering, and two Chromed Stones (1963); James Lee Byars’s gilded Philosophical Nail (1986) ; Teresita Fernández’s Burnout (2005), an amorphous configuration of small glass cubes; a drawing from Spencer Finch’s Studies on Alchemy (1997), made in homage to Strindberg's alchemical experiments and a reference to Wittgenstein's famous line about Rembrandt painting gold but never using gold paint; and a 2006 painting by Dean Byington, entitled Tourmaline, an imaginary landscape of prismatic crystals.
KLAUS OTTMANN is an independent curator and scholar based in New York. His most recent curatorial project, Still Points of the Turning World, the Sixth SITE Santa Fe International Biennial, remains on view through January 7, 2007. Ottmann recently translated Gershom Scholem’s book Alchemy and Kabbalah into English and is the author of Thought Through My Eyes: Writings On Art, 1977–2005; The Genius Decision: The Extraordinary and the Postmodern Condition; James Lee Byars: Life, Love, and Death, as well as many other books, articles and essays on art and philosophy. He is currently writing a book on the philosophy of Yves Klein.

DAS ACHTE FELD
Geschlechter, Leben und Begehren in der Kunst seit 1960
Museum Ludwig, Köln
20 Aug - 12 Nov 2006
When a pawn in a chess match reaches the eighth square on the far side of the board, the player can swap him for a piece of his or her choice. So the pawn – a lowly foot soldier – can transform into a queen, a powerless figure into the epitome of power, a man into a woman.
Sexuality does not end in family politics or a TV series. Sexuality is always a quaking and transmuting, is desire and power, seduction and sadness, splendour and misery. Looking beyond vaudeville or pornography, only art enables the subject to be discovered in all its fascination and specificity. It not only permits a game with the sexes and with forbidden desires that is free of danger, but is alone able to grasp all of sexuality’s inherent contradictions. What does that mean for divergent desires? What does that mean after our present liberalisation, in a world standardised to death? What is this world like for feminine men, for masculine women?
“The Eighth Square” casts a new and sharp eye on art, it sounds out the historical and social developments. This is the first exhibition and the first catalogue in which drag and gender, queerness and transsexuality are presented on a broad platform, in all of its facets, and above all where it is allowed to be erotic. The exhibition presents works by David Altmejd, Kenneth Anger, Diane Arbus, David Armstrong, Francis Bacon, Stephen Barker, Matthew Barney, Monica Bonvicini, Marc Brandenburg, Kaucyila Brooke, Louise Bourgeois, Brassaï, Claude Cahun, Tom Burr, Daniela Comani, Lucky DeBellevue, Kerstin Drechsel, Nicole Eisenman, Thomas Eggerer, Valie Export, Hans Peter Feldmann, Jochen Flinzer, Annette Frick, General Idea, Gilbert & George, Robert Gober, Nan Goldin, Felix Gonzalez-Torres, Sunil Gupta, David Hockney, Jonathan Horowitz, Peter Hujar, Robert Indiana, Jasper Johns, Deborah Kass, Jürgen Klauke, Peter Knoch, Ferdinand Kriwet, Ins A Kromminga, Inez van Lamsweerde, Zoe Leonard, John Lindell, Lovett/Codagnone, Attila Richard Lukacs, Winja Lutz and Toni Schmale, Robert Mapplethorpe, Bjørn Melhus, Marlene McCarty, Michaela Melián, Annette Messager, Donald Moffett, Tracey Moffatt, Pierre Molinier, Yasumasa Morimura, Bruce Nauman, Piotr Nathan, Marcel Odenbach, Henrik Olesen, Catherine Opie, Jack Pierson, Adrian Piper, Aurora Reinhard, Robert Rauschenberg, Salomé, Lucas Samaras, Cindy Sherman, Dayanita Singh, Markus Sixay, Jack Smith, Katharina Sieverding, Ingo Taubhorn, Wolfgang Tillmans, Paul Thek, Cy Twombly, Gitte Villesen, Del LaGrace Volcano, Jeff Wall, Andy Warhol and David Wojnarowicz.

Berlin-Tokyo/Tokyo-Berlin. The Art of Two Cities
Neue Nationalgalerie - Berlin
7 June - 3 October 2006
An exhibition of the Nationalgalerie of the Staatliche Museen zu Berlin and the Mori Art Museum Tokyo, in co-operation with the Deutsche Kinemathek - Museum for Film and Television. Made possible through the foundation of the Deutsche Klassenlotterie Berlin, the Hauptstadtkulturfonds and Deutsche Bank. With kind support from Japan Airlines, the Japan Foundation, Museum & Location Veranstaltungsgesellschaft der Staatlichen Museen zu Berlin mbH, the Friedrich-Wilhelm-Murnau Foundation and Transit Film. Wall AG is the official media partner of the Staatliche Museen zu Berlin.
On the occasion of the Germany Year in Japan 2005/2006, the Nationalgalerie Berlin (National Gallery) and the Mori Art Museum Tokyo, supported by the Berlin Kunstbibliothek (Art Library), the Kupferstichkabinett (Museum of Prints and Drawings) and the Museum für Ostasiatische Kunst (Museum of East Asian Art), have organized a comprehensive art show with the title "Berlin-Tokyo/Tokyo-Berlin. Die Kunst zweier Städte".
Despite their geographical distance, for over a hundred years Berlin and Tokyo have been linked by historical and art historical connections which will now be highlighted for the first time in a representative exhibition.
Starting with Japonism, the connections lead via the avant-garde periodical Der Sturm, Dada, photography of the 1920s and the Bauhaus to an exchange during the years of National Socialism (particularly in the area of film). After the war, close connections - upheld through friendships between artist and DAAD exchange programmes - manifest themselves within Neo-Dada, Fluxus and 1980s installation art. The Upper Hall of the Neue Nationalgalerie (New National Gallery) is given over entirely to the most recent art and the subject of artistic interventions referring to the context of urban space.
For the architectural design of the Upper Hall, the Nationalgalerie is pleased to have been able to commission the Japanese architect Toyo Ito. He will transform Mies van der Rohe’s glass temple into an exciting space, a completely new experience in which art and architecture enter an unusual fusion.
www.neue-nationalgalerie.de/
martedì, settembre 12, 2006 
CAI GUO-QIANG: Head On
Deutsche Guggenheim
Unter den Linden 40 - Berlin
26 August - 15 October 2006
For his first solo show in Germany, Head On at Deutsche Guggenheim, Cai Guo-Qiang (surname Cai) created a three-part work complex that reflects the diversity of his oeuvre and relates thematically to Berlin’s history and present.
Like all other Deutsche Bank Collection projects, Head On was developed in close cooperation with the artist, who has lived in New York for eleven years. What is new, however, is that all three works were specially conceived for the museum and that major portions were produced on site in Berlin, including the large-format gunpowder drawing Vortex and the explosion project Illusion II contained in the exhibition's video work.
In October 2005, during his first stay in the German capital, Cai’s agenda included visits to Checkpoint Charlie, the Soviet Memorial, the remains of the Berlin Wall, and the memorial museum Topography of Terror. Inspired by the omnipresence of German history, he outlined three ideas for the exhibition. Together, their combined concept not only utilizes the unusual working mediums for which Cai is best known, but also addresses the city of Berlin in terms of content and the exhibition space in terms of form. The title work Head On lends its name to the exhibition and takes over most of the exhibition gallery in its physical volume. The installation consists of a pack of 99 life-sized wolves barreling in a continuous stream towards—and into—a constructed glass wall. Other works in the exhibition include the aforementioned 9 x 4 meter gunpowder drawing showing hundreds of wolves whose bodies form a giant vortex and the two-channel video work Illusion II.
The wolves were produced in Quanzhou, China, from January to June of 2006. The commissioned local workshop in Cai’s hometown specializes in manufacturing remarkable, life-sized replicas of animals. First, small clay models were created as movement studies, out of which Cai subsequently developed Head On’s artist editions of cast resin wolves. However, the realistic and lifelike 99 wolves that grew out of these models and drawings possess no literal remnants of wolves: they are fabricated from painted sheepskins and stuffed with hay and metal wires, with plastic lending contour to their faces and marbles for eyes.
The July 2006 explosion project, which provided the basis for the video work Illusion II, took place in the very center of Berlin. It required a large empty piece of property, and from the three proposed areas, Cai selected an approximately 30,000-square-meter empty lot at the corner of Stresemannstraße and Möckernstraße surrounded by office high-rises and residential buildings—typical, if it were not for the ruins of the Anhalter railroad station, towering as a mark of history in the background. Cai was fascinated by this detail, since it matched perfectly what Illusion II is about: a reflection, in his own words, on “the contradictory powers of violence and beauty,” on “destruction, glory, and heroism” in the history of Berlin. In accordance with the artist’s instructions, a small, “typical German house” was built on the lot with the professional support of the film studios in Babelsberg, just outside of Berlin. The house was then packed with fireworks and rockets of various types and with different effects to Cai’s design. On July 11, 2006, at 9:30 p.m., Cai Guo-Qiang gave the starting command. Against the setting sun in the evening sky and the Berlin cityscape, a magnificent spectacle ensued, lasting approximately 18 minutes. The event was captured on film and video cameras.
The third and final piece in the exhibition, the gunpowder drawing Vortex, was created in mid-August in the atrium of the Deutsche Bank. Handmade paper was spread out on the floor, and the motifs were formed by a dozen varieties of gunpowder, topped with stencils and pressure-forming cardboards and rocks. The artist lit a fuse, and the drawing was ignited in a matter of seconds, producing an enormous white cloud of smoke. When the cardboard is removed, the new work reveals itself as a result of both planning and chance.
Cai Guo-Qiang was born in 1957 in the city of Quanzhou in Fujian Province, China, and is considered today to be one of the most important contemporary international artists. His works have been exhibited in major international museums, including The Metropolitan Museum of Art, Tate Modern, and Centre Pompidou. In 1999 Cai Guo-Qiang won the Golden Lion of the 48th Venice Biennial with Venice’s Rent Collection Courtyard. In 2005 he curated the first Chinese pavilion at the Venice Biennale. In 2008, his work will be featured in a mid-career retrospective at the Solomon R. Guggenheim Museum in New York and the National Art Museum of China in Beijing.
www.deutsche-guggenheim-berlin.de

6th SHANGHAI BIENNALE
05 Sept - 05 Nov 2006
Theme: Hyper Design
Curators: Zhang Qing (China), Huang Du (China), Gianfranco Maraniello (Italy), Shu-Min Lin (USA), Wonil Rhee (Korea), Jonathan Watkins (U.K.) , Xiao Xiaolan (China)
Artists:
Design and Imagination
Alessandra Tesi (Italy) - Armando Andrade (Peru) - Cody Choi (Korea) - Chan Yau Kin (Hong Kong) - Ding Yi (China) - Gerda Steiner (Switzerland) - Haruki Nishijima (Japan) - Huang Kui (China) - Joachim Sauter (Germany) - Julian Opie (UK) - Kristian Ryokan (UK) - Lee Yong Deok (Korea) - Danniel Lee (USA) - Liang Shaoji (China) - Masanori Sukenari (Japan) - Maurizio Mochetti (Italy) - Ma Yansong (China) - Michael Craig-Martin (UK) - Osman Khan (Pakistan/USA) - Pae White (USA) - Patrick Tuttofuoco (Italy) - Paul DeMarinis (USA) - Peter Callesen (Denmark) - Ron Terada (Canada) - Sylvie Fleury (UK) - Shen Ye (China) - Shen Fan (China) - Tetsuya Nakamura (Japan) - Tomma Abts (Germany) - Thomas Demand (Germany) - Wang Luyan (China) - Wu Chi-Tsung (Taiwan China) - Wang Yahui (Taiwan China) - Xia Xiaowan (China)
Practice of Everyday Life
Anonymous (China) - Annika Larsson (Sweden) - Beatriz Milhazes (Brazil) - Chen Wenbo (China) - Caro Niederer (Switzerland) - Ceal Floyer (UK) - Chen Wenling (China) - Cibic & Partners (Italy) - Francesco Vezzoli (Italy) - Gao Shiqiang (China) - Gong Yan (China) - Hans Op de Beeck (Belgium) - Joe Scanlan (USA) - Jimmy (Taiwan China) - John Armleder (Switzerland) - Jorge Pardo (Cuba) - Lev Manovich (USA) - Liu Jianhua (China) - Luc Deleu (Belgium) - Marnix de Nijs (Holland) - Massimo Bartolini (Italy) - Naoto Fukasawa (Japan) - OH Yong-Seok (Korea) - Plamen Dejanoff (Bulgaria) - Wang Xingwei (China) - Mindicraft Group (China) - Nara Yashitomo (Japan) - Yan Jun (China) - Zhan Wang (China) - Zhong Biao (China) - Zhou Wu (China)
Future Constructions of History
Atelier van Lieshout (Holland) - Cathrine Yass (UK) - Charles Sandison (UK/Finland) - Guan Huaibin (China) - Ilkka Halso (Finland) - Ji Wenyu (China) - Rolf A. Kluenter (Germany) - Loris Cecchini (Italy) - Lee Kyung-Ho (Korea) - Li Hui (China) - Lim Joo Hong (Singapore) - Li Lihong (China) - Lu Lei (China) - Mathilde ter Heijne (Germany) - Matthew Barney (USA) - Mika Tannila (Finland) - Paul Ramire Jonas (USA) - Qiu Anxiong (China) - Shilpa Gupta (India) - Shi Jinsong (China) - Tallur L.N. (India) - Wei-Cheng Tu (Taiwan China) - Choe U-Ram (Korea) - Wang Guofeng (China) - Wang Yin (China) - Yang Qian (China) - Yang Xu (China) - Qin Yufen&Zhu Jinshi (China) - Xu Yongfu (China) -
Theme:
Today, we live in an era that design dominates in our society, life and art. Design is often related with functional practice. Under the theme of design, it aims to liberate the simple opposing relationship between art and function. Through the re-pondering of art and design, design and industry, life and production, it tries to resume the liaison between art and ordinary life practice to initiate its vitality and energy.
Design, as the closest approach of creation in our ordinary daily life, leads us towards the pondering of aesthetics of life, technology and society. Design is continuously surpassing itself. ¡°Hyper Design¡± is not a result originated from this era, but also actively drives our era. It reflects a common aesthetic target in our era. The artists hope to explore that ¡°design as materials¡± to create the conceptual art pieces. Here, design is not only treated as a technology mode, but also as a functional object. Most important of all, it links the intention of aesthetics that includes artistic value and social idealism. Design not only creates a product, but also points towards a series of life-styles, social idealism and history as well. Thus, design moves towards ¡°Hyper Design.
Based on the experience in operating the past Biennales, the 2006 Shanghai Biennial will continue its local experience to face the global situation and cultural attitudes. It insists on constructing different cultural imaginations. Under the theme of ¡°Hyper Design¡±, as a very fresh element in visual culture and consummation industry, the Biennial explores the complicated, overlapping social liaison and cultural meanings hidden behind the phenomenon of ¡°Design¡±. It reveals and ponders the meaning of design in three layers, ranging from aesthetic, life-style to social history in order to broaden a humanistic vision and promotes the creative culture.
Framework:
Hyper Design is divided into three sections: design and imagination, ordinary life practice, future and history.
1.Design and Imagination: Design is usually considered as functional and practical. But sometimes function is often considered to confine imagination. But, the imagination in design is developed through its function. The confining in imagination and conditional freedom are quite important to the reconstruction of the commonness and meanings in contemporary art. This section will display to the public how the contemporary artists use their fresh angles to reconstruct design objects for re-design.
2.Ordinary life practice: People are accustomed to separate art with ordinary life practice and treat art as something particular outside their life. But in fact, ordinary life not only provides a solid base for artistic imagination, but also the stage and battlefield for contemporary art. The design of life is artistic ordinary life practice. It echoes with the intention of design itself and inherits the origin of art. This section initiates the linking between art and ordinary life objects. It builds up an aesthetic idealism of social life through the daily practice by the artists.
3.Future and History: Future is filled with all kinds of possibilities. But the possibility of future is, in fact, the mirror of history and society. It not only reflects today's reality, but also a construction of the history of tomorrow. This section combines the experimental concepts in contemporary art with the historic Utopian imagination through the review and re-ponder of the future history in a future vision.
Spotlights:
A theme that filled with the traits of our era, popularity and culture. It promotes the urban civilization and fixed the theme of ¡°Hyper Design¡±.
The most young and pioneering international curatorial team. The Biennial invites six famous curators both home and abroad to form the curatorial team, including Zhang Qing, Huang Du, Shu-Min Lin, Wonil Rhee, Gianfranco Maraniello, Jonathan Watkins, Xiao Xiaolan (assistant curator). Zhang Qing (artistic director).
Further extending to the city as the exhibition mode. From 5, September to 5, November 2006, the Biennial will be held at the Shanghai Art Museum. During the same period, the Biennale will coordinate with other institutions to develop a series of satellite venues. Under the Biennial theme, a series of events in regard with the Biennale will be conducted to strengthen the Biennale's social influence. It will become a visual and creative feast in building up the city's image.
www.shangaibiennale.org
lunedì, settembre 11, 2006 
CINA
volti della tradizione – prospettive del futuro
Arte • Filosofia • Scienza • Storia • Economia
Genova • Settembre 2006 - Ottobre 2007
Mostre • Conferenze • Seminari • Concerti • Laboratori • Film • Convegni • Spettacoli • Programmi di Ricerca
www.cina-genova2006.org
• Programma di manifestazioni dedicate all’arte, alla cultura cinese ed all’incontro tra la civiltà occidentale e la Cina attraverso i secoli, realizzato a cura del CELSO Istituto di Studi Orientali - Dipartimento Studi Asiatici, in collaborazione con Regione Liguria, Provincia di Genova, Comune di Genova, Camera di Commercio di Genova, con il Patrocinio del Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali e dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, con il contributo scientifico e tecnico di Musei ed Istituzioni italiani e cinesi per il prestito delle opere e la realizzazione del programma di iniziative collaterali.
• Dal 15 Settembre 2006 al 31 Ottobre 2007 a Genova una serie di grandi mostre con opere originali dalla Cina e dalle collezioni dei musei italiani, installazioni, fotografie, oggetti, documenti e video, accompagnate da sezioni espositive tematiche e da un ampio calendario di eventi ed iniziative collaterali che comprende spettacoli, concerti, rassegne cinematografiche, programmi di ricerca, convegni, seminari, corsi, laboratori e cicli di conferenze dedicati a temi di arte, scienza, filosofia, storia ed economia tra tradizione e modernità.

ATELIER BOW-WOW
Bow-Wow from Post Bubble City
Tokyo 2006
In this monograph, Atelier Bow-Wow presents a comprehensive survey of some 70 small-scale house designs and projects of their own making that deal predominantly with the complexities of dense urban environments. Conversations on twelve different urban and architectural issues relevant to their practice are threaded throughout the book, which is exhaustively illustrated with photographs, models, plans, sketches, and elevations.
Atelier Bow-Wow

Der Souvenir. Erinnerung in Dingen von der Reliquie zum Andenken
Museum für Angewandte Kunst - Frankfurt am Main
29. Juni 2006 bis 29. Oktober 2006
Eine Erkenntnis, der sich die Ausstellung "Der Souvenir - Erinnerung in Dingen von der Reliquie zum Andenken" im Museum für Angewandte Kunst Frankfurt widmet. Im gesamten Haus, in zehn einzelnen Ausstellungsbereichen, die nahezu 1500 Jahre abendländischer Geschichte abdecken, spürt ein interdisziplinäres Kuratorenteam den Traditionen unserer heiß geliebten und gehorteten Andenken nach. Der zeitliche Rahmen der Ausstellung reicht von der frühen Christenheit bis in die Gegenwart. Von den Jahrhunderten der Kreuzfahrer, die Souvenirs kauften, um sich der magischen Wirkkraft von Reliquien zu versichern bis zur totalen und bequemen Reisefreiheit des "homo mobilis". Ein goldener Faden führt die Besucher durch das Museum für Angewandte Kunst zu den zehn Ausstellungszentren der Erinnerung, die in die ständigen Ausstellungen europäischer und asiatischer Angewandter Kunst eingebettet sind. Das Museum, an sich schon "Der Souvenir" par excellence, bietet mit Installationen zu historischen und gegenwärtigen Sujets, zu tiefgründigen, abgründigen oder banalen Themen, im ganzen Haus eine Weltreise durch Epochen und Kulturen. Die Ausstellung umfasst Objekte von mehr als 40 Künstlern und weit über 80 Leihgaben aus internationalen Sammlungen sowie privaten Leihgebern aus USA und ganz Europa.

Peter Sloterdijk
Il mondo dentro il capitale
Meltemi, 2006
Presentato dallo stesso autore come un compendio del progetto “Sfere”, questo libro riprende il motivo di una grande narrazione, filosoficamente ispirata, della globalizzazione. Il punto essenziale è dato dall’attenzione, inconsueta per la filosofia della Vecchia Europa, alla dimensione spaziale, di cui si ricostruisce, grazie a un’ambiziosa e originale periodizzazione della storia del mondo, la morfologia genetica. Ciò che oggi si festeggia o si condanna come globalizzazione, dice Sloterdijk, non è altro che l’ultima fase di un processo iniziato con la razionalizzazione della struttura del mondo a opera dei cosmologi antichi che raccoglievano nella totalità compiuta di una sfera la moltitudine degli enti. Tale processo ha conosciuto uno sviluppo ulteriore grazie alle prime circumnavigazioni globali di marinai e avventurieri europei, con le quali inizia la globalizzazione terrestre di cui l’attuale assetto del sistema mondo rappresenta la tappa conclusiva. Si apre ora una terza fase, la globalizzazione elettronica, che inizia con l’installazione di un’atmosfera elettronica e di un ambiente satellitare nell’orbita della Terra. Il Crystal Palace dell’esposizione mondiale di Londra del 1851 viene eletto da Sloterdijk come metafora guida per descrivere lo spazio tipico della costruzione di questo processo a tre fasi. Rappresenta il carattere esclusivo della globalizzazione, in grado di affiancare al comfort della serra globale confini invisibili ma insormontabili dall’esterno. Lo spazio interno del capitale globale si presenta così oggi come uno spazio di esclusione senza precedenti.
Peter Sloterdijk è professore di Filosofia e Teoria dei media presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, di cui è attualmente Rettore. Ha elaborato una “sferologia”, ossia una teoria filosofica e culturale dell’epoca moderna e post-moderna ruotante intorno alle idee di “bolla”, “globo” e “schiuma”. Ne è emerso un modello di antropologia filosofica in grado di fornire una considerazione complessiva della storia e dell’identità umana nell’era globale, descritto nella trilogia Sphären (1998-2004). In italiano sono disponibili: Critica della ragion cinica (1992); L’ultima sfera. Breve storia filosofica della globalizzazione (2002); Non siamo ancora stati salvati (2004).
giovedì, settembre 07, 2006 
EMPTY PLAYGROUNDS IN A AGING ITALY
GENOA - There are hundreds of stores in the Fiumara Mall - Sephora, Elan, Lavazza Café. But in a nation long known for its hordes of children, there is not one toy store in the sprawling mix, and a shiny merry-go-round stands dormant.
"This is a place for old people," said Francesco Lotti, 24, strolling with his fiancée in Genoa's medieval old town. "Just look around. You don't see young people." Even for people their age, "there are not many places - no clubs, for example." Playgrounds? He looks quizzically at his fiancée. They can count them on a few fingers.
While all of Europe has suffered from declining birthrates, nowhere has the drop been as profound and prolonged as in this once gorgeous Mediterranean city, the capital of Italy's graying Liguria region. Genoa provides a vision of Europe's aging future, displaying the challenges that face a society with more old than young, and suggesting how hard it will be to reverse the downward population spiral.
There are no longer children playing in the streets here, nor many family- friendly restaurants. Schools have closed for lack of students. Hospitals are overworked with the elderly. Medical costs are bankrupting the government. And the fewer the children in a society, the harder it becomes to have them.
"This is a society that was based on family ties and now there are few families," said Daniela Del Boca, a professor of economics at the University of Turin. "It's easy to bemoan low birthrates, but it's hard to have good ideas to solve the problem."
Most Genovese today have only one child or none and are unapologetic about the choice. The birthrate (7.7 births per 1,000 people) was about half the death rate (13.7 per 1,000) in Liguria last year, a frightening ratio even by European standards.
Government efforts to reverse the trend are not working. Cash payments for births, for example, have failed to inspire a leap in fertility rates, and immigration, which might help counteract the population decline, is generating new problems.
Here, as in much of Europe, immigrants are having more children than others and they have kept Genoa's population from imploding. But many Genovese are beginning to feel that the city is no longer theirs: 50 percent of the students in many schools in the old city are of foreign parentage, a situation that is producing simmering resentment.
"Yes, immigrants make up the difference, but in some ways it's not fair," said Silvia Baghino, whose two children were playing in an empty playground. "They get free services like nurseries and we have to pay privately."
In the two countries in Europe with the highest birthrates, France and Britain, about 20 percent of babies have at least one foreign-born parent.
Prime Minister Romano Prodi's new government has created a Ministry of Family to address the birth problem, but it is acknowledged that it will be an uphill battle.
"Maybe we should have confronted this problem 30 years ago, but we didn't and so we know the policies that we put into place have to be powerful," said Rosi Bindi, the new minister. "There has to be an immediate inversion of tendencies."
Low birthrates in Italy began almost three decades ago, around the time women's liberation took off here, and locals scoff at the idea that they will bounce back in any significant way.
The figures are startling: A quarter of women in Italy now have no children and another quarter stop at one, Del Boca said.
The problem is particularly severe here in Liguria, a region of fading elegance along Italy's northwest coast that has failed to attract enough young people despite the beautiful sea. Twenty years ago, for every 100 people under the age of 15, Liguria had 70 over 65. Today, for every 100 people under 15, it has 240 over 65, an index that is "the highest in the world," according to Massimiliano Costa, the region's vice governor.
"In the parks, there are more old people than kids playing," Costa said. "On the buses there are more old people than kids coming back from school. It is very visible."
For the people of Genoa, a port city in an economically depressed country, children are no longer thought of as a blessing but as an economic liability.
"Kids are not important - the priority has to be to have a steady job and make a living, to give yourself some security," said Nazarena Lanza, 27. None of her friends has had a child, she said.
Many young Italians work on temporary contracts without benefits, making it unthinkable to take time off for babies; it is a work arrangement the Prodi government has vowed to change. But after so many years, childlessness has become socially acceptable here, even the norm among well-educated women.
Ilaira Magno, 37, who manages her own business, grew up with four siblings but is resolutely childless herself. She is content to visit her nephew, the family's one child in the next generation.
"In my generation I know very few people with kids - there is no social pressure," said Magno, toting a motorcycle helmet while shopping with her boyfriend in the winding streets near Christopher Columbus's former house. "Even if I wanted one, which I don't, I could not afford it."
Mediterranean countries like Spain, Italy and Greece now have the lowest birthrates in Western Europe, in part because women in these cultures still bear the lion's share of family duties, Del Boca said.
Over time, the decisions of young people to delay or forgo having children have had a ripple effect, changing the texture of Italian society and its values. Courtyards from Rome to Naples, once filled with children, have fallen silent. Economists say communities in time will struggle to find enough younger workers for certain tasks: police officers to enforce the law, ambulance workers and nurses to keep hospitals staffed, dock and factory workers to keep the economy going.
"Here in Genoa we are always busy, because there are only old people," said Valentino Riva, 26, an ambulance worker who was waiting for calls on a blistering summer day.
The government of Liguria can barely keep up. "We have so many old people who live alone in houses and are disabled and our structures can't take care of them all," said Costa, the vice governor. "In terms of the costs of health care, we are reaching a crisis because our system can't respond to all the demands."
Also, with fewer working people to support retirement programs, people may have to retire later in countries like Italy and expect less generous benefits in old age, economists say.
With plans for a technology park, Liguria's government is hoping to attract a few hundred young people to the region and keep university graduates from leaving. But Italians have so far been unmoved by government incentives.
"They say make babies, it's our future, but how can you really?" said Marco Ranucci, who owns a tiny café where he works 10 hours a day, noting that the government's "baby bonus" of €1,000, or about $1,285, per child does not even pay for a year of baby formula.
Almost all European countries are ramping up such benefits and payments. Bindi, the new family minister, said the government planned to raise the baby bonus to €2,500 and add a host of other benefits, such as more day care, free transport to school and books.
"This is a new situation and hard to know what measure might work," said Hans-Peter Kohler, a sociologist at the University of Pennsylvania. "Is there a policy that would increase rates in places like Italy and Germany by 20 percent in the next 10 years? We're just not sure."
In the meantime, immigration has saved this and other European cities from feeling the most extreme consequence of low birthrates, providing cheap labor and filling schools. Immigrants tend to have more than two children per family.
About 10 percent of Liguria's schools have been closed in the past decade and far more would have been shut if the children of immigrants had not filled the empty desks, Costa said. But there are tens of thousands of immigrants from South America in Genoa, a city of 750,000, and residents complain about the loss of their culture and the advent of Hispanic gangs.
"Some of the kids in school with my teenager don't even speak Italian," said Maria Termini, who lives in the old town. "It's really very difficult."
In the Fiumara Mall, the rare mother pushing a stroller is generally speaking a foreign language: Spanish, Arabic or Albanian.
"In Italy they don't have children," said Flor Ribera, a 42-year-old house cleaner from Ecuador, who plans to enroll her two children in middle school next year. "They have dogs and cats."
Elisabeth Rosenthal
International Herald Tribune
September 4, 2006
(Elisabetta Povoledo of the International Herald Tribune and Peter Kiefer of The New York Times contributed reporting from Rome).

ENO lures new crowd with Gaddafi, the hip-hop opera
The plush-and-marble interior of the London Coliseum, English National Opera's home, has hitherto been a stranger to ragga-jungle rhythms and Indo-dub basslines. But on Thursday, when the new opera season opens, it will not be with a production of Mozart, Handel or Verdi, but with a work created by influential British hip-hop artists Asian Dub Foundation.
The work - which no one seems to want to describe as opera - is called Gaddafi, based on the life-story of the Libyan leader, and already the subject of a feeding frenzy in the media, from the Today programme to Al-Jazeera.
According to the company's artistic director, John Berry, the production represents an attempt by ENO to attract a different audience from its usual, largely grey-haired, white, middle-class crowd.
Charlotte Higgins, arts correspondent
Wednesday September 6, 2006
The Guardian
mercoledì, settembre 06, 2006 
Très chère CHAIR!
Espace Helenbeck
17, rue des Beaux-Arts - Nice
du 6 septembre au 4 novembre 2006
L’Espace Helenbeck à Nice présente, Septembre de la Photographie, du 6 septembre au 4 novembre 2006. L’exposition « Très chère Chair,» d’artistes internationaux interroge la représentation contemporaine de la Chair à travers les photographies de Natacha Lesueur, Enrica Borghi, Luciano Castelli, Maï Lucas, Laurent Ehlie Badessi, Virginie Le Touze, C.c Tabusso, Joseph Dadoune, Halil Koyutürk, Fred Méliani, François Delebecque, Maxime Puglisi, Arglove. Substance molle du corps (opposée au squelette), aspect extérieur du corps humain (la peau), la chair est photographiée par ces artistes dans une approche symbolique, identitaire et spirituelle. Chair meurtrie, chair lésée, chair sacrée, chair sensible, chair érotisée, asexuée, chair tatouée, chair rosée et dorée…La chair devient un matériau de création et de revendication, un support de moralité entre désir charnel et spiritualité, entre sobriété et concupiscence.
Matériau d’affirmation culturelle et sociale, la chair et les corps dénudés des communautés afro-américaines de New York, sont pour l’artiste Maï Lucas une manière d’interroger à la fois l’identité masculine (des corps érotisés, parés de bijoux et musclés…) et de montrer que la chair tatouée raconte une histoire et véhicule une culture. Jeans déchirés, bandanas, sous-vêtements suggestifs, constituent pour « l’Homme Paré » photographié par l’artiste, un moyen de renforcer son individualité.
Les photographies reportage en Turquie de Halil Koyutürk déplacent le questionnement de la chair comme matériau culturel vers la visibilité d’une identité sexuelle. Peau maquillée, corps parés et cachés des travestis et des transsexuels de Turquie qui vivent douloureusement dans leur chair et subissent au quotidien, l’exclusion, la promiscuité et la ségrégation sociale…L’artiste entend dénoncer l’hypocrisie politique, l’exploitation mercantile et la dégradation du corps humain, en particulier si on se réfère à ses images d’enfants de la rue, abandonnés, drogués et livrés à la prostitution. Tel un prêcheur du haut de sa chaire, l’artiste interpelle religieusement nos consciences sur la nature humaine.
Changement de peau, changement d’âme, pour Luciano Castelli et C.c. Tabusso qui utilisent leurs corps dans des mises en scène, une théâtralisation de leurs fantasmes et de leur vie. Travestissement, ambiguïté des genres, chair troublante et provocante pour Luciano Castelli, collaborateur et co-créateur avec l’artiste sulfureux Pierre Molinier. Incarnation, voire réincarnation dans des personnages mythiques (stars de cinéma et de rock and roll) pour C.c. Tabusso, des stars élevées au rang de divinité. Changement de chair et transcendance d’identités pour ces artistes…Mais également une interrogation religieuse du péché de la chair en se référant aux origines symboliques du serpent et des tentations du corps féminin.
Exaltation et glorification de la chair dans les photographies de François Delebecque et Laurent Badessi pour qui la chair devient un matériau de désir mais aussi de pureté dans une esthétique érotisée et sublimée. Pour le premier, la chair est élevée au rang de fantasme et de désir, des nus féminins dont le pigment de la peau renvoie aux grains du sable, un hymne à la sensualité ! Pour le second, à travers une homo-érotisation de corps fascinants en noirs et blancs, la chair parfois bondée et enfermée, s’ouvre et se libère dans un absolu, pur et transparent (compositions avec du sel, du sable et de la glace), un retour à une animalité renforcée par la représentation du cheval. Pour Virginie Le Touze la chair renvoie à l’intime, au sensible, une chair à fleur de peau… Une chair qui vibre, qui frissonne, qui réagit…celle exacerbée par les sens, la vue et le toucher.
Plaisir de la chair et peau de pêche, Enrica Borghi porte quant à elle un regard poétique et humoristique sur des fesses rebondies photographiées et parées d’un string, à se méprendre avec les natures mortes peintes au XVIème et XVII siècle. Une proposition nostalgique, une réinterprétation contemporaine et « gustative » du fruit défendu…
La chair des compositions alimentaires de Natacha Lesueur, posée avec raffinement et sophistication sur des corps féminins, devient au même titre que la femme, objet de convoitise et de gourmandise. Les corps, immobiles, sont des surfaces d’inscription, des empreintes (les cicatrices), des camouflages afin de dénoncer la vanité du corps et de l’identité. L’artifice alimentaire (entre fascination et répulsion) n’est que prétexte pour magnifier et chosifier le corps humain. Goût et dégoût de la chair alimentaire et de la chair humaine.
Mais la chair peut également être perçue comme sacrificielle, spirituelle et tabou. Pour Joseph Dadoune la chair renvoie à la viande où circule également le sang, une approche organique parfois repoussante. Evocation du caractère sacré et sacrificiel de la chair, amputée et charcutée, dans des mises en scènes d’inspiration religieuse (la kabbale), surréalistes et provocantes, dans lesquelles sont exhibés des trophées (testicules, têtes d’animaux égorgés…). L’artiste interroge le corps et la chair dans son rapport à la destruction, à la mort et au néant. Chair mystique de l’ordre de visions incantatoires. Un regard politique et cruellement lucide sur la nature humaine, capable d’exterminer ses corps dans les plus grands charniers de l’histoire.
Chair meurtrie et symbolique pour Maxime Puglisi, avec des cicatrices comme traces et empreintes d’une mémoire douloureuse. Pour Arglove, c’est la chair associée à la domination sexuelle, à la chasse d’un « gibier» masculin ou féminin, à un symbolisme lié à la castration et à l’anthropophagie. A vous donner la chair de poule ! Quant à Fred Méliani, c’est une réflexion sur une chair chère, celle de l’argent, des transactions financières, des envolées de la valeur de la chair et des œuvres d’art (exemple de la Joconde), une représentation du beau et du laid dans la spirale démesurée des mises aux En-chair…
Williams ABITBOL

VISA POUR L'IMAGE
18 Festival International du photojournalisme
Perpignan, 2-17 septembre 2006
La profession de photojournaliste est-elle menacée ? Est-elle en voie de disparition ?
Le numérique et ses diverses possibilités d'exploitation ont littéralement bouleversé les systèmes traditionnels de l'information photographique. Aujourd'hui, n'importe quel quidam peut véhiculer à l'instant, les images d'un lieu à l'autre de la planète. Ces images, grâce à une évolution technique permanente, se révèlent de plus en plus de qualité. On en arrive même à modifier le contenu de l'image sans trace apparente !!
D'autres parts les structures en place, agences de presse, fabricants d'appareils…, subissent des modifications permanentes.
Et nous ne sommes qu'au début de cette réforme, de cette véritable révolution dont on perçoit chaque jour les nouvelles capacités (photos sur téléphone mobile, écran d'ordinateur ou de télévision, impression personnelle de clichés…).
Aussi peut-on imaginer que les besoins en hommes et femmes qualifiés, présente sur les lieux où les événements importants se déroulent (souvent d'ailleurs en prenant des risques très importants), aptes à présenter sur tel ou tel sujet d'actualités une suite de photos cohérentes reflétant parfaitement la réalité, n'est plus nécessaire.
A contre-courant de certains opinions, à VISA POUR L'IMAGE PERPIGNAN, nous continuons à penser que les personnes compétentes, capable de nous donner une information visuelle juste, sont indispensable, qu'elles s'imposent. Nous serons donc toujours à leur côté.
Des vents contraires ont aussi soufflés sur notre association. Contrairement à l'unanimité jusqu'alors heureusement constatée, par leur non participation financière, quelques partenaires institutionnels avaient mis en péril, ces deux dernières années, le devenir du Festival. Je me félicite de voir, progressivement, se reconstituer leur soutien, de même que je remercie les partenaires privés toujours plus nombreux.
Je loue tous ceux qui comprennent que VISA POUR L'IMAGE PERPIGNAN, entend, uniquement être au service de l'information photographique, et le défenseur des photojournalistes.
Guy Peron Président de l’Association Visa pour l’Image - Perpignan
Visa pour l'image
Photosapiens.com

ART GRANDEUR NATURE 2006
Seine-Saint-Denis
16 septembre - 19 novembre 2006
La biennale « Art Grandeur Nature », initiée et organisée par le Conseil général depuis 1993, a pour objectif de présenter en Seine-Saint-Denis, à un public large et diversifié, des œuvres inédites d'artistes français et étrangers hors des lieux habituellement consacrés à l'art contemporain. Les années précédentes, la biennale investissait le parc de La Courneuve, les œuvres venant à la rencontre des promeneurs de toutes sortes, suivant un thème de société (en 2004 l'exposition était consacrée à l'image publicitaire).
Art Grandeur Nature s'étend cette année à tout le territoire du département. Le Conseil général convie 4 structures à proposer une programmation artistique liée aux Mutations Urbaines de la Seine-Saint-Denis. Ainsi, la Maison Populaire à Montreuil, les Laboratoires à Aubervilliers, le Forum de Blanc-Mesnil, et Synesthésie sur Internet, investissent des espaces publics ou privés, ancrés dans le patrimoine industriel et social de Seine-Saint-Denis, et qui ne sont pas habituellement dévolus à l'art, entraînant des rencontres inhabituelles entre les spectateurs, les œuvres contemporaines et leur environnement.
Les lieux investis, une ancienne brasserie et deux cités, évoquent l'histoire de la Seine-Saint-Denis, et des nombreuses mutations qu'elle a connues et connaît encore aujourd'hui, depuis sa construction liée à l'industrialisation (la brasserie Bouchoule) et l'innovation des formes d'habitation HLM (la cité Lénine), jusqu'aux bouleversements actuels remettant en cause la structure même de ses repères socio-économiques et incitant à créer d'autres formes d'urbanités (la cité Pierre Sémard). Les artistes invités d'Art Grandeur Nature, comme l'ont fait à leur époque les artistes impressionnistes (Monet, Renoir, Sisley…), explorent les mutations de cette vie urbaine, dans ses aspects les plus quotidiens : travail, habitat, déplacements, objets de tous les jours, environnement, traitement des déchets, voisinage…
martedì, settembre 05, 2006 
L'IMMAGINE DEL VUOTO. UNA LINEA DI RICERCA NELL'ARTE IN ITALIA 1958-2006
a cura di Marco Franciolli
Museo Cantonale d'Arte - via Canova 10 - 6900 Lugano
dal 7 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007
L'esposizione L'immagine del vuoto (1958-2005) intende indagare i molteplici aspetti della rivoluzione linguistica attuatasi nell'arte in Italia a partire dalla fine degli anni Cinquanta. A tal fine, appare irrinunciabile esplorare affinità, contaminazioni e contrasti tra il contesto sperimentale italiano - animato all'epoca da Fontana, Manzoni e Castellani - e Yves Klein, in quegli anni "attore" ben presente a Milano, sia sul piano espositivo che nell'intensità dello scambio dialettico. L'obiettivo è quello di far emergere, attraverso la ricerca di artisti quali Lucio Fontana, Yves Klein, Piero Manzoni, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Francesco Lo Savio, Gianni Colombo, Dadamaino, Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Giovanni Anselmo, Luciano Fabro, Michelangelo Pistoletto, Gino De Dominicis e Ettore Spalletti una specificità tutta italiana, una linea sotterranea, quasi un'anomalia che percorre in modo sottile questa linea di ricerca nel panorama europeo del secondo Novecento. La mostra intende individuare quella linea che contrappone alla componente "espressiva" più praticata e diffusa, una matrice "evocativa" di segno metafisico. Ovvero l'esigenza, comune a questi artisti, di porre tra parentesi la propria identità psicologica e soggettiva per formulare la nozione impersonale e assoluta di artefice dell'opera. Dopo la stagione informale, caratterizzata dalla centralità dell'Io, dal primato del soggetto, la nuova generazione ambisce a oltrepassare la frontiera dell'immateriale, dove il vuoto come spazio pittorico autentico, l'infinito come dimensione, il colore assoluto, i codici della pratica artistica diventano elementi essenziali per configurare una nuova visione dello statuto dell'opera e della stessa identità dell'arte. Si analizza quindi una linea di ricerca che, pur nella sua portata innovativa, nel suo azzeramento radicale, sembra conservare la consapevolezza della necessità irrinunciabile dell'immagine. Immagine che si presenta "senza corpo", evitando peraltro di arenarsi nelle secche di un'arte di matrice analitica, dichiaratamente concettuale di tipo anglosassone, che rifiuta l'immagine per scelta pregiudiziale. Un'ottica che mai si affida a punti di vista puramente teorico-speculativi, ma che sceglie invece di tener fede al primato dell'immagine. L'esposizione giunge infine ad esplorare l'eredità lasciata da questi protagonisti del secondo Novecento all'ultima generazione, individuando - nel panorama attuale - quali aspetti di quella stagione permangono tutt'oggi nel vocabolario artistico italiano. Saranno presentate in tal senso opere di artisti quali Mario Airò, Francesco Barocco, Gianni Caravaggio, Martino Coppes, Daniela De Lorenzo, Chiara Dynys, Francesco Gennari, Eva Marisaldi, Amedeo Martegani, Sabrina Mezzaqui, Diego Perrone, Luca Trevisani, Francesco Vella e Italo Zuffi.
STRUTTURA DELLA MOSTRA
L'esposizione si articola in diverse aree di ricerca, in una ideale progressione che dallo spazio infinito del cosmo conduce allo spazio finito dell'immagine. Le sezioni tematiche, precedute da un antefatto e da un capitolo introduttivo, si articolano in "Spazio e cosmo", "La concretezza dell'infinito", "L'io incorporeo" "L'architettura del vuoto", "I codici della visione". Il fine è quello di visualizzare i diversi ambiti che concorrono alla configurazione di questa nuova concezione artistica, nonché alle sue complesse evoluzioni fino ad approdare all'orizzonte più recente.
Antefatto
Finita la seconda guerra mondiale, si afferma dovunque nel mondo un linguaggio artistico comune, una koinè dagli accenti tardo-romantici che si propone di dare libero sfogo alle emozioni. Si manifesta l'urgenza di dar voce all'interiorità con toni vibranti, spesso gridati, affidando alla materia bruta e al gesto, svincolato da ogni controllo formale, il messaggio angoscioso e liberatorio insieme che si vuole trasmettere. Gli anni Cinquanta del Novecento, nei quali si formano tutti i protagonisti della mostra, sono la stagione del "tutto pieno"; del "troppo pieno", anzi, agli occhi di questa generazione, che reagisce a quell'altissima temperatura emotiva raffreddando all'estremo la propria arte e scegliendo, all'opposto, il "tutto vuoto".
Introduzione
La sezione introduttiva indica i tre momenti "storici" dai quali discende l'intero progetto espositivo. Un "buco" di Fontana, un "monocromo" di Klein e una "linea" di Manzoni fissano i termini da cui la mostra si sviluppa. Fontana stesso ci fornisce una traccia con queste sue parole riferite a Carla Lonzi - con l'abituale tono colloquiale - in occasione della stesura del volume di interviste Autoritratto, 1969: ". Incomincia a essere valido Klein quando fa tutto bleu, che è una dimensione... Lui l'ha intuito lo spazio, però, te lo dico io, quelli, proprio, che l'hanno capito siamo io e Manzoni: Manzoni con la linea all'infinito e, fino adesso nessuno l'ha raggiunto, guarda, con tutte le sperimentazioni che stan facendo, è la scoperta più grande che ci sia, e io col buco.."
Spazio e cosmo
La vertigine dell'idea di universo provoca la perdita di dimensione dell'opera: una Natura di Fontana, una Sculpture éponge di Klein, il Senza titolo di De Dominicis concorrono ad aprire nuovi confini che oltrepassano i limiti convenzionali del quadro. Domina la tensione verso una concezione assoluta dell'immagine che superi ogni forma di condizionamento relativizzante per raggiungere la massima libertà spirituale e la purezza dell'essenza cosmica.
La concretezza dell'infinito
Il quadro non è più una composizione di elementi, lo spazio entro cui si mette in scena la lotta tra forme e colori nel dominio emozionale, bensì una rappresentazione visibile e concreta dell'assoluto nell'immagine. Un taglio Concetto Spaziale (Attese) di Fontana, una Superficie di Castellani, una carta quadrettata (Cimento dell'armonia e dell'invenzione) di Boetti fissano i termini di una nuova concezione dell'opera.
L'Io incorporeo
Il processo di smaterializzazione dell'immagine arriva a sottrarre sostanza alla stessa figura dell'autore o del soggetto rappresentato. Nove xerox Anne-Marie di Alighiero Boetti, o Alias di Martegani, non corrispondono alla testimonianza della loro immagine, ma abbandonano la consuetudine della tradizione e intraprendono la via dell'impersonale eliminando qualsiasi residuo di riflesso figurativo.
L'architettura del vuoto
Pone l'accento su una ricerca spaziale orientata verso la tridimensionalità, intesa non più come scultura, ma come integrazione reciproca tra spazio e oggetto. Un Filtro di Lo Savio, una Strutturazione pulsante di Colombo testimoniano di questa esperienza.
I codici della visione
È il capitolo che affronta, infine, la rivoluzione linguistica provocata dalla consapevolezza che l'autore assume nei confronti degli strumenti e dei termini di linguaggio della pratica artistica, intesa come effettivo soggetto dell'opera. Vedo (l'opera completa di Edouard Manet come decifrazioni del mio campo visivo) di Paolini o Da mille a mille di Boetti configurano visioni al contempo individuali e universali, manifeste e cifrate, dettate dall'osservanza dei codici formali della rappresentazione.
Le sezioni tematiche sopra delineate sono visualizzate in mostra attraverso circa 100 opere, di cui quelle qui nominate costituiscono il riferimento essenziale ed ideale. Le opere, generalmente concesse in prestito da Musei, Archivi, Fondazioni e privati, sono in alcuni casi provenienti dalle collezioni degli artisti stessi. Particolare attenzione viene rivolta, infatti, alle opere a loro appartenute all'epoca, al fine di tentare di ricostruire le reciproche relazioni, attestazioni di stima, affinità intellettuali.

Le Tas d'esprits selon Maurice Lemaître

PER SALVARE L'ULTIMO ULIVETO MURATO
Diffondiamo un appello per la difesa dell'uliveto murato di Quarto, di cui già in precedenza ci siamo occupati.
A Genova, riuniti in un comitato, stanno tentando di salvare l'ultimo uliveto murato della città, ma le ragioni dello sfruttamento edilizio del territorio sono forti nonostante la solidarietà dei cittadini e degli uomini di cultura ed il riconoscimento della stessa Soprintendenza Archeologica .
Il luogo di cui vi parliamo conserva antiche originarie strutture peculiari per qualità e varietà ( mura, argini antichi, un ponte ad arco, due grandi pozzi funzionanti, muri di fascia, villa rustica ), un uliveto pienamente vitale con gli orti sotto gli ulivi, ancora coltivato con i metodi tradizionali da un antica famiglia ligure.
Così la città di Genova e la Liguria perderanno un (piccolo) pezzo importante della loro antica storia e ancora una volta in Italia sarà cancellato un altro pezzo del nostro patrimonio storico e naturalistico.
Ma possiamo far si che questo non accada. Firma anche tu la petizione on line per salvare questo luogo dal cemento.
Per saperne di più visita il sito web dell' Associazione Finisterre
lunedì, settembre 04, 2006 
Dadada. Dada e dadaismi del contemporaneo. 1916-2006
Castello Visconteo - Pavia
dal 6 settembre al 17 dicembre 2006
a cura di Achillo Bonito Oliva
Dopo il successo dell’esposizione “Gustav Klimt. Disegni proibiti” che ha riscosso l’interesse di oltre 30.000 visitatori, la città di Pavia presenta per il prossimo autunno una nuova grande iniziativa.
Dal 7 settembre al 17 dicembre, infatti, il Castello Visconteo ospiterà la mostra DADADA. Dada e dadaismi del contemporaneo (1916 – 2006), promossa dal Comune di Pavia, da Pavia Città Internazionale dei Saperi, prodotta e organizzata da Alef, che celebrerà il 90° anniversario della nascita del Dadaismo, noto movimento svizzero che vide la luce al Cabaret Voltaire di Zurigo nel 1916.
L’esposizione si inserisce all’interno del ‘Festival internazionale dei Saperi’ che porterà a Pavia, nei primi giorni di settembre, importanti personalità del mondo della cultura e della scienza.
Il mondo sta celebrando i novant’anni di Dadaismo con una grande rassegna, tenuta al Centre Pompidou di Parigi nel 2005, e successivamente proposta in due tappe Oltreoceano, rispettivamente alla National Gallery di Washington e al MoMA di New York. Anche in Italia si celebra questo anniversario con la proposta di una nuova selezione di opere curata da Achille Bonito Oliva.
A Pavia verranno presentate oltre 250 opere realizzate dai maggiori esponenti del movimento Dada (Man Ray, Marcel Duchamp, Hans Richter, Kurt Schwitters, Paul Citroën, Jean Crotti, Raoul Hausmann, Hannah Höch) in grado di esplorare in modo completo il movimento passato alle cronache del Novecento per aver rivoluzionato il linguaggio artistico con lavori dissacratori come la Gioconda con i baffi, l’Orinatoio, il Metronomo con l’occhio e altre ancora.
La mostra ripercorre storicamente alcuni incunaboli del Dadaismo per giungere a presentare i risultati più interessanti (e più vicini all’originario spirito Dada) delle neoavanguardie postbelliche.
Due sezioni, storicamente distinte, compongono il percorso espositivo: nella prima, DADADA si esploreranno le esperienze originali del movimento, attraverso i lavori dei suoi fondatori; nella seconda, DADAISMI DEL CONTEMPORANEO, si analizzerà l’influenza esercitata dal Dadaismo sui movimenti artistici e culturali che lo hanno seguito, da Fluxus, alla Poesia Visiva alla Video Arte, all’installazione e alla fotografia; una sezione speciale sarà dedicata alla presentazione dell’opera La platea dell’umanità, installazione di Sarenco esposta alla Biennale di Venezia nel 2001 e curata da Achille Bonito Oliva.
La mostra intende rispondere a una domanda di Man Ray che nel 1958 poneva il quesito: “Il Dadaismo è morto? Il Dadaismo è ancora vivo?” lasciando al movimento una porta aperta sul futuro per testimoniare esplicitamente la carica vitale e polemica del “Dada” come stile di vita e approccio mentale alla realtà. Si propone dunque una lettura che dal Dadaismo storico conduce fino ai dadaismi del contemporaneo per comprendere il portato storico che quel movimento ha avuto sulle nuove avanguardie.
Inedita la presenza tra gli artisti “esposti” del principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Sarà infatti Totòmodo, video curato da Achille Bonito Oliva, un utile strumento per il pubblico per comprendere, attraverso la poetica di una delle più grandi maschere tragicomiche del cinema del Novecento, concetti, riflessioni e ironie dell’Arte e per coglierne gli aspetti più ludici e di pieno spirito dadaista.
Dada nasce a Zurigo nel 1916 per merito del poeta performer Hugo Ball e della sua compagna, la ballerina Emmy Hennings. In quel momento il Cabaret Voltaire è frequentato da intellettuali, filosofi, poeti e politici di mezza Europa (l’esiliato Vlademir Lenin è un abituale frequentatore delle serate di 'poesia fonetica').
Dada si ricollega al Futurismo Italiano per quanto riguarda la sua carica avanguardistica aggressiva e dirompente, ma quasi subito oppone la pratica del ‘non senso' in arte contro la determinazione marinettiana di progettare e costruire il futuro dell'uomo-macchina. Nel 1920 il movimento Dada si scioglie con l’ultima grande mostra (la 'Dadamesse' di Berlino), ma lo spirito Dada permeerà di sé tutte le neoavanguardie nate dopo il 1945.
Nel 1946 Isidore Isou, fondando il Lettrismo, si ricollega decisamente all’esperienza zurigo-berlinese di Hugo Ball e di Raoul Hausmann. Dal furore teorico, e pratico di Isou nasceranno tutti i più importanti movimenti d'avanguardia postbellici: Cobra, l’Internazionale Situazionista, Fluxus, la Poesia Visiva.
Più che discutibili le conclusioni del comunicato stampa (a proposito della posizione di Isou, non della sua importanza). Vedremo la mostra che, dopo la rassegna dell'anno scorso al Centre Pompidou, parte decisamente in salita e non sembra proporre niente di nuovo (fra l'altro il famoso "Totòmodo" circola già da anni).

A CRITICAL HISTORY OF 20TH-CENTURY ART
by Donald Kuspit
from Chapter 10, Part 2: The Decadence of Advanced Art and the Return of Tradition and Beauty: The New as Tower of Conceptual Babel: The Tenth Decade
Artnet Magazine - Aug 25th, 2006
Is there any alternative to this art-as-entertainment entertainment-as-art decadence -- to the poseur artist and the ironical pose of art? Was there any alternative in the ‘90s to the fetishization of technology and cynical reproduction of old avant-garde ideas in novel mechanical translation? Was there an art that did not try to ingratiate itself with spectacle and that was more concerned to be reflective than facilely provocative?
I think so: I call it New Old Master art. It is an attempt to return to the more complete, balanced idea of art offered by tradition. It is an attempt to build a bridge of intelligibility between artist and viewer. In the new traditionalism, the material medium and the artist’s concept are re-integrated into an organic whole. So are the work and the viewer: Synchronic interaction, increasingly problematic in advanced art, once again becomes a serious possibility. Significant communication is a relational goal not left to chance.
(...)
The New Old Masterism, then, restores everything Conceptualism devalued and repudiated. It struggles to repair the serious connection to tradition broken by avant-gardism. At the same time, it does not discard avant-garde esthetics, but integrates it with Old Master esthetics. The New Old Masterism involves a return to the personal craft of object making, and, more crucially, to the human object and human condition, art’s perennial themes. What Greenberg contemptuously dismissed as "human interest" once again becomes of serious interest. Sol LeWitt dogmatically declared that "[w]hen an artist learns his craft too well he makes slick art," but for the New Old Masters one can never learn one’s craft too well, and when one does the result is not slick but uncanny.
(...)
David Bierk, Vincent Desiderio, April Gornik, Karen Gunderson, Julie Heffernan, F. Scott Hess, David Ligare, Odd Nerdrum, Joseph Raffael, Paula Rego, Jenny Saville, James Valerio, Paul Waldman, Ruth Weisberg and Brenda Zlamany are important New Old Masters. Don Eddy and Eric Fischl have evolved into New Old Masters, and Avigdor Arikha and Lucian Freud are the Deans of New Old Master painting. They are visionary humanists with complete mastery of their craft. They integrate traditional and modernist ideas without slavishly imitating them. Old Masterism is not a mannerism in their work, but a mode of inspiration. For them the Old Masters are not dogmatic academic models -- procrustean standards of perfection. Nerdrum looks to Rembrandt, Fischl to Caravaggio, Saville to Mannerism, Heffernan to Baroque allegory, and Rego, Valerio and Zlamany paint their pictures with a realist precision and intensity that harks back to Velazquez, while Weisberg looks back to the Italian Renaissance. Raffael looks to Impressionism.
Gornik’s work encapsulates the history of romantic landscape painting, Gunderson’s black paintings touch every register of texture, and Bierk mournfully explores the whole history of art. Idiosyncratically integrating Western and Eastern as well as modernist and traditional ideas of art, Eddy and Waldman are in an esthetic class of their own. So are Freud and Arikha, masters of perceptual dialectics. The former uses expressionist means and the latter linear means to "leaven" reality, as it were, lifting it out of the everyday by excruciating observation, down to the least nuance of concreteness. They preserve the gains of the "sensual painting" Duchamp attempted to destroy with his indifference by incorporating them in a new spiritual painting. They bring love back into art, in whatever strange form, counteracting the hatred -- of existence as well as esthetics -- implicit in Duchampian anti-art.

René Block curates The Nordic Pavilion at La Biennale di Venezia – 52nd Art Exhibition
The Nordic Committee (FRAME The Finnish Fund for Art Exchange, Office for Contemporary Art Norway, and Moderna Museet, Sweden) has invited René Block, director of Kunsthalle Museum Fridericianum in Kassel, to curate The Nordic Pavilion at the Venice Biennale in 2007. The biennale will be open from June 10 through November 21, 2007.
René Block has acted as the artistic director and curator of numerous international exhibitions such as The Readymade Boomerang, 8th Biennial of Sydney (1990), Orient/ation, 4th International Istanbul Biennial (1995), The Song of the Earth (Kassel 2000), Lost and Found (New York 2001), Man and Space, 3rd Kwangju Biennial/Africa, Europe (2000), In the Gorges of the Balkans. A Report (Kassel 2003), Love It or Leave It, 5th Cetinje Biennial (Montenegro 2004 together with Natasha Ilic). His particular curatorial focus has been on the possible future forms of international art events and biennials.
Throughout his career as a gallerist, independent curator and director of various organizations René Block has influenced and shaped current art discourse. While having been working for his international projects he has developed a comprehensive knowledge of the arts situation also within the Nordic countries, having demonstrated an interest not only in contemporary art but in the broader cultural and historical background of the region. This year, he curates Art, Life & Confusion, the Belgrade Biennial (October 2006), with an emphasis on establishing links between the Balkans and the Nordic countries.
Rene Block's unique experience in contemporary art gives a particular perspective for his forthcoming project around Nordic art to the Venice biennale.
The Nordic Pavilion
The cooperation between Finland, Norway and Sweden in Venice was initiated in 1962 after the completion of the Nordic Pavilion, designed by the Norwegian architect Sverre Fehn. The Pavilion was intended to provide a platform for dialogue of various artistic positions between the three countries. The responsibility for representation in each Biennale alternates between the collaborative countries. Marketta Seppälä, Director of FRAME Finnish Fund for Art Exchange, is the commissioner for the 2007 edition.
domenica, settembre 03, 2006 
TATE TRACKS
Tate has joined forces with some of the biggest names in the music industry to launch Tate Tracks, an innovative new web project aimed at enticing a younger, streetwise audience into the gallery.
Launched on September 1 2006 the project will eventually showcase a range of music from artists as varied as the Chemical Brothers, Graham Coxon and Roll Deep – each of them inspired by specific works of art on display at Tate Modern.
Each month visitors to the gallery will be able to listen to a new track at listening points situated next to the piece of art that inspired it. The tracks will then be downloadable the following month from the Tate Tracks website at www.tatetracks.org.uk
“Tate Tracks highlights just how powerful the relationship between music and art can be and we’re delighted to work with so many major musicians,” said Will Gompertz, Director of Tate Media. “Each act has responded distinctly to the artwork chosen and the results are inspirational.”
The first track, by the Chemical Brothers, was made in response to a sculpture by Jacob Epstein and can be listened to via headphones in the gallery from September 1.
Entitled Rock Drill, the music takes it’s inspiration, naturally enough, from Epstein’s Torso in Metal from The Rock Drill (1913-14). The work of art is currently located at Tate Modern on Level 5 in the States of Flux Wing – part of the gallery’s recent re-hang titled UBS Openings: Tate Modern Collection.
Other musicians and groups so far enticed into making music inspired by art include East London ‘garage/grime’ crew Roll Deep, who have chosen Anish Kapoor’s Ishi’s Light as their musical muse. The piece, a fibreglass and resin sculpture, will have its musical accompaniment by October 1.
Long Blondes, a 5-piece art-rock band from Sheffield have chosen Man Ray’s 'metronome with an eye', Indestructible Object, whilst erstwhile Blur guitarist turned solo artist, Graham Coxon, has opted to take his inspiration from Franz Kline’s abstract painting Meryon.
Other confirmed artists slated in for the coming months include major names from the world of hip-hop, dance and indie-rock such as Rodney P, Klaxons, The Landscapers, Estelle and Union of Knives.
Aimed at connecting young urbanites with visual art this latest initiative comes on the back of other music-based events at the gallery. A forthcoming Loud Tate BP Saturdays series kicks off with an Asian Dub Foundation kids' event at Tate Modern on September 23.
The website, which will host the first Chemical Brothers track from October 1, has been developed in conjunction with Tate's online partner BT.
(Richard Moss - 24 Hours Museum)
sabato, settembre 02, 2006 
VAZQUEZ CONSUEGRA SUL MUSEO DEL MARE
Credo che l'esperienza di Genova sia stata molto particolare; ad esempio, il fatto di essere stato privato della direzione lavori non mi ha permesso di costruire l'edificio come avrei voluto. Non so se questa situazione sia normale in Italia, in quanto è la mia unica esperienza professionale di realizzazione di un progetto. Il Comune di Genova, ma soprattutto la società Porto Antico, mi hanno negato la direzione dei lavori sulla base di una supposta legge Merloni cosa che poi è risultata infondata e così mi sono sentito un po' ingannato.
Il fatto di non avere la direzione dei lavori e di poter curare solo la dimensione artistica mi ha impedito di prendere decisioni importantissime durante il periodo d'esecuzione dell'opera. Direi che la qualità della costruzione lascia molto a desiderare in questo progetto e alcuni aspetti sono rimasti incompiuti.
Temi che io consideravo importanti, come per esempio il vestibolo dell'entrata, i frangisole, i grandi lucernari di vetro opalino che permettevano di mitigare l'entrata della luce del sole, non sono stati realizzati, così come non è stato fatto neppure il soffitto di vetro nella rampa d'accesso alle coperture, al mirador. Questi sono tutti elementi assolutamente significativi per il progetto, ma non sono stati costruiti. la direzione del progetto era affidata a un architetto pagato dalla impresa costruttrice una cosa che non sono sicuro stia al limite della illegalità ma in ogni caso penso non sia etica.
E' su queste basi che l'esperienza di Genova non è stata piacevole, in ogni caso mi piace credere che l'edificio resti suggestivo perché l'idea era forte e neppure un'esecuzione del tutto sommaria ha potuto diminuire l'intensità del progetto. Per esempio, penso all'effetto che si produce all'esterno del progetto con questo velo leggero di vetro, o l'introduzione di rampe all'interno dell'edificio che cercano la luce proveniente dalle parti più alte; io penso che questa idea fosse così dominante, che la cattiva esecuzione non ha pregiudicato l'intensità della proposta.
L'esperienza non è stata molto soddisfacente, però non voglio mantenere un atteggiamento negativo, e quando sono stato scelto per un nuovo concorso italiano, la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia a Trento, mi sono presentato, perché non mi piacerebbe, visto che adoro l'Italia, finire con questa sensazione amara dell'esperienza Genovese.
(dall'intervista di Saverio Fera
sul sito di Floornature.com)

FLASHES – Selezione dalla Banca Dati Giovani Artisti
Loggia della Mercanzia, Piazza Banchi, Genova.
5 - 17 settembre 2006
Mostra a cura di Emilia Marasco e Francesca Serrati
Martedì 5 settembre alle ore 18.00 si inaugura Flashes, secondo appuntamento alla BAG - Borsa Arte Giovane, il nuovo spazio alla Loggia di Banchi che da giugno si sta proponendo come area di contaminazioni creative, luogo di scambio e opportunità per i giovani artisti, già affermati ed emergenti.
Flashes nasce dalla prima selezione della Banca dati Giovani Artisti del Comune di Genova, la cui gestione è dal 2005 di competenza dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.
Si tratta di un’iniziativa che avrà cadenza annuale ed ha l’obiettivo di “monitorare” regolarmente la banca dati sollecitando i giovani artisti a iscriversi, a presentare ed aggiornare il loro lavoro.
Una commissione composta da Matteo Fochessati, Emilia Marasco, Franco Sborgi, Francesca Serrati, Cesare Viel, ha selezionato le ricerche più interessanti all’interno della categoria Arti visive della banca dati. Sono emerse due linee di ricerca fondamentali: progetti che ridefiniscono lo spazio, sia urbano che privato, e lavori sul tema del corpo.
Il tema del corpo e dello spazio sono correlati là dove lo spazio urbano o domestico viene indagato e riconfigurato secondo un nuovo immaginario che sconvolge il comune modo di sentire, introducendo nuovi punti di vista mentre il corpo viene vissuto come territorio fisico da esplorare e verificare fino a ricostituire una nuova geografia: nuove mappature dello spazio e del corpo.
Questi temi sono declinati secondo accezioni diverse e con linguaggi che spaziano dalla fotografia - quantitativamente superiore - al video, dalla performance all’installazione, dimostrando come la capacità da parte degli artisti di servirsi della tecnologia e mettersi in relazione con gli strumenti tecnologici, esprima un nuovo modo di rapportarsi con la realtà, tipico della moderna società, un nuovo sistema di pensiero (Paolo Rosa).
La mostra accende i riflettori sul lavoro di 22 artisti; alcuni trentenni, da lungo tempo presenti nella banca dati e con considerevoli esperienze espositive nazionali, altri molto giovani e di recente iscrizione, che possono essere considerati veri emergenti.
A questi si aggiunge un giovane artista franco-cinese selezionato dal Comune di Montrouge, patrocinatore della mostra ed ente organizzatore del JCE - Jeune Création Européenne Salon Itinérant d'Art Contemporain.
Gli artisti selezionati sono:
Actiegroup/ Maria Rebecca Balestra/ Mirko Barbierato/ Lorenzo Biggi/ Cesare Bignotti/ Andrea Botto/ Giulia Bruzzone/ Guido Castagnoli/ Eleonora Chiesa / Corpicrudi / Daniele De Battè/ Clearco Giuria/ Dario Kuglievan/ Alessandro Lupi/ Sissi Magnani/ Federico Marconi/ Sergio Muratore/ Luca Negro (Noia) / Fabio Niccolini / Emanuele Piccardo / Stefania Schubeyr / Etienne Zerah
(nota a margine: benissimo la Banca dati, bene la mostra, ma pessima la mummificazione "istituzionalistica" che il Comune di Genova manifesta in ogni e qualsiasi occasione: per l'ennesima volta in commissione abbiamo il museo, l'accademia, l'università: mancano solo il sindacato e la curia arcivescovile ...)

CORSI E RICORSI: LA CONTRORIFORMA
prima
(programma dell'unione)
In particolare puntiamo a:
- ribadire la necessità di attenersi alle linee fondamentali previste dalla riforma "Dini" che senza altre continue ipotesi di riforma del sistema pensionistico che minano la sicurezza sul futuro dei lavoratori - rappresentano già la principale garanzia di sostenibilità finanziaria del sistema;
- eliminare l'inaccettabile "gradino" e la riduzione del numero delle finestre che innalzano bruscamente e in modo del tutto iniquo l'età pensionabile, come prevede per il 2008 la legge approvata dalla maggioranza di centrodestra;
- affrontare il fenomeno dell'evasione contributiva con opportuni strumenti di controllo e accertamento, compreso un aumento di organico degli ispettori del lavoro del Ministero e degli enti, dai quali verrebbe anche un consistente aiuto per la lotta al sommerso;
- per compensare la tendenza al ribasso dei trattamenti pensionistici, intervenire sull'adeguamento delle pensioni al costo della vita e approntare misure efficaci che accompagnino verso un graduale e volontario innalzamento dell'età media di pensionamento.
dopo
(piero fassino, segretario ds)
«Apriamo un tavolo di discussione tra governo e parti sociali in cui parlare delle due opzioni: rimodulare tutto il tema dell'etá pensionabile e superiamo lo scalone perchè costruiamo una nuova normativa: e su questo vediamo come. Oppure, se questo non si può fare, la conseguenza è che ci terremo lo scalone»
bravo piero, per parafrasare don milani, l'onestà non è più una virtù
venerdì, settembre 01, 2006 
Dario Lanzardo
L'eterno gioco del Doppio
Artema, 2006
Statue, armature, bambole, manichini, robot, tutti catturati dall’inesauribile gioco dell’autorappresentazione.
Ma il vero protagonista è ancora l’uomo, che sulla duplicazione della propria immagine ha speso e spende gran parte delle proprie energie artistiche; lui, o meglio le sue mille anime, sono i primi attori de L’eterno gioco del doppio.
Dario Lanzardo fotografo, mostra in programma a Torino, presso la sala Bolaffi di via Cavour, 17, tra giovedì 7 settembre e domenica 8 ottobre.
Il suo catalogo, 304 pagine di immagini e di testi – commenti, riflessioni, provocazioni affidate a critici, storici, docenti, ricercatori – è opera di Artema, marchio del Centro scientifico arte, che è a sua volta società del gruppo Centro scientifico editore.
Curato dallo storico e docente all’Accademia di Brera Francesco Poli, reca 250 scatti di uno dei più quotati fotografi contemporanei: una summa del suo lavoro e insieme uno strumento per pensare.
Un omaggio all’artista e all’uomo cui hanno contribuito i prestigiosi autori dei testi introduttivi: Claudio Marra, critico e storico della fotografia, docente all’università di Bologna; Giovanna Joli, scrittrice e critico letterario; Vincenzo Tagliasco, docente di Principi di bioingegneria presso l’università di Genova; Giulio Sandini, docente di Bioingegneria al LIRA – laboratorio dell’università di Genova; Giorgio Metta, ricercatore presso lo stesso LIRA.
Nativo di La Spezia, Dario Lanzardo vive e lavora a Torino, città che ama e con cui ha sviluppato un legame intenso e appassionato.
Le sue strade, i suoi volti, la sua umanità, ora gioiosa ora dolente, spesso s’impongono con tutta la vivida forza della testimonianza in ampie sezioni della mostra.
Ma non potevano mancare, a rendere conto di un impegno totale, le aperture al mondo, e ai suoi eventi, episodi che l’implacabile, ma anche tenero, sguardo meccanico ha fermato con precisione maniacale e sconfinata dedizione e che l’allestimento individua, seleziona e rappresenta.
Qualificata testimonianza di un percorso artistico ultratrentennale, L’eterno gioco del doppio accosta e giustappone, in un suggestivo intreccio di rispecchiamenti, le figure salienti dell’autorappresentazione – appunto maschere e fantocci, cybercorpi e replicanti, ma anche ombre, antropomorfismi, silhoutte – a significative immagini del nostro tempo - cortei di protesta e occupazioni di case, manifestazioni, adunate e concerti, primi piani e ritratti – “Di fronte, noi, gli originali, volti e gesti, bambini e adulti allo specchio di Narciso – si legge nella presentazione al testo – riflessi o velati, in posa o inconsapevoli, nella tranquillità della vita quotidiana, sulla scena del set cinematografico o su quella del rock, nelle piazze e nelle vie dei conflitti sociali, maschere mutevoli… uniti tutti, questi e gli altri, originali e doppi, nello specchio della fotografia, nell’occhio fotografico di Lanzardo che da quarant’anni osserva e coglie le tracce… restituendoci racconti per immagini antropologicamente significativi, inscindibili dalla storia della cultura in generale e dell’arte in particolare.”
Sullo sfondo gli altri temi che da sempre sostanziano il lavoro di Lanzardo: mondo naturale e realtà artificiale; e poi i “luoghi simbolici”, il parco, i campi, il fiume, il cortile di città e il giardino segreto. Altrettante testimonianze di una pratica e di un’arte intesa come profonda esperienza di vita e sconfinata condivisione alla storia del nostro tempo.

SIMPLICITY - THE ART OF COMPLEXITY
2006 Ars Electronica Festival
Linz, 31 August - 5 September 2006
“SIMPLICITY – the art of complexity” featured a jam-packed lineup of events, conferences, symposia, exhibitions and performances showcasing the state of the art of global media culture. The international and regional interest in the Festival has been overwhelming.
Linz (September 5). With “SIMPLICITY – the art of complexity” as their overarching theme, artists, theoreticians, scientists and scholars from around the world have spent a week in Linz together with enthusiastic attendees experiencing and discussing phenomena of media culture, their developments to date and their prospects for the future.
“We’re certainly aware that there’s been growing demand on the part of broader-based audiences to attend Festival events over the last several years; nevertheless, there hasn’t been a year in which intense interest on the part of the general public has been so clearly evident as it was in 2006,” stated Ars Electronica Artistic Director Gerfried Stocker. “This confirms our concept of offering the excellent content that Ars Electronica has come to stand for not only at classic cultural venues like concert halls and museums but also on Linz’s Main Square and at interesting new locations like the St. Florian Monastery,” Stocker added.
The open house at the Ars Electronica Center set a new attendance record. On opening day, 1,703 guests packed the Museum of the Future for the premiere of the new exhibits. There was also lively interest on the part of locals and international guests alike in the “Moonride” that integrated visitors from far and wide into the Festival’s activities. The other open-access events such as “Harbor Resonance,” the opening night extravaganza at Linz Harbor, were big draws too. Since its launch in 2004,
The Animation Festival, a “festival within the festival” devoted to computer animation, has made a convincing bid for fixture status in the Ars Electronica lineup.
This year's biggest first was the shift of the festival’s setting for an entire day to a location outside of Linz. “Going to the Country – A Day-trip to the Hinterland in Search of Simplicity” took Ars Electronica to the St. Florian Monastery of the Canons Regular of St. Augustine, and the tremendous interest in this production absolutely overwhelmed festival organizers. Lectures, concerts and sound installations set amidst the monastery’s splendor attracted over 2,000 attendees.
Demand for tickets to the evening events was high as usual. The Ars Electronica Gala’s terrific new format that keeps the spotlight focused on the artists and their achievements garnered extremely positive feedback. The big evening concert, “Some Sounds and Some Fury,” was sold out and got rave reviews.
Attendance at symposia and conferences was outstanding as well. The speeches by John Maeda, featured artist and symposium curator, filled the venue way beyond capacity. The exhibitions in the Brucknerhaus, the O.K. Center for Contemporary Art, the Ars Electronica Center, Linz’s University of Art and Industrial Design, the Lentos Museum of Art as well as numerous installations in public spaces proved to be big attractions.
The numbers alone—35,000 visitors, 535 artists and scientists from 20 countries, 504 journalists from 32 countries and a wide array of projects developed by partner universities or produced jointly with guest curators—attest to Ars Electronica’s high international profile and regional attractiveness.
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